Indonesia,
a vuoto gli appelli. Tre cristiani verso il patibolo
Saranno messi
a morte sabato Fabianus, Dominggus e Marianus, condannati per presunte responsabilità
negli scontri interreligiosi con gli islamici che sconvolsero il Sulawesi.
Ignorate le testimonianze che li scagionano.
Paolo M. Alfieri
Il tempo dei rinvii sembra davvero
scaduto. Ancora 48 ore e poi, quindici minuti dopo la mezzanotte di sabato,
Fabianus Tibo, Dominggus da Silva e Marianus Riwa compariranno davanti
al plotone di esecuzione. Non saranno bastati, allora, i ripetuti appelli,
le petizioni, i ricorsi che negli ultimi mesi si sono sovrapposti per
salvar loro la vita. I tre cristiani "devono" essere giustiziati
per il loro (presunto) coinvolgimento nelle violenze interreligiose che
tra il 1998 e il 2001 sconvolsero la provincia indonesiana di Sulawesi
centrale.
Poco importa che ben sette testimoni abbiano dichiarato che Fabianus "non
era sul luogo del crimine quando scoppiarono le rivolte e le uccisioni
nel villaggio di Kayamanya". Non c'era, Fabianus, "stava aiutando
la gente a mettersi in salvo".
E non importa nemmeno che un mucchio di prove a discarico dei tre (fornite
dal Padma, Centro legale per la pace e la giustizia in Indonesia) non
siano mai state prese in considerazione né dai giudici né
dalle autorità del Paese.
Perché qualcuno, per quelle violenze, deve pagare. Si spiega così
anche il fatto che ogni qualvolta si sia parlato di un'amnistia per i
responsabili di quegli scontri, Fabianus, Dominggus e Marianus siano rimasti
sempre fuori dalla probabile lista dei graziati. "Capri espiatori"
di uno dei periodi più bui della recente storia indonesiana.
Riferisce l'agenzia AsiaNews che Fabianus denunciò il coinvolgimento
negli scontri del 2000 a Poso di 16 persone, tra cui alcuni ufficiali
governativi. Elencò nomi e responsabilità, Fabianus, indicando
in Y.S. l'"ideologo", il fomentatore dei massacri, colui che
incitava la popolazione ripetendo ai musulmani: "Siamo dalla parte
del giusto in questo conflitto". Denunce cadute nel vuoto, perché
andavano a toccare funzionari che non potevano essere toccati. Lo stesso
Dominggus, parlando esplicitamente di corruzione, rivelò come sarebbe
bastata una mazzetta da 20mila dollari per "ottenere un verdetto
più leggero": "Noi non abbiamo pagato ed hanno deciso
per la pena maggiore".
Per ben due volte la Corte suprema si è rifiutata di prendere in
esame un'istanza di revisione del processo. E il presidente Susilo Bambang
Yudhoyono ha detto "no" alla grazia. Irremovibile, proprio lui
che, ministro per la Sicurezza e gli affari politici ai tempi degli scontri,
non ha mai spinto per far luce su quel periodo drammatico.
Se Fabianus, Dominggus e Marianus verranno giustiziati si potrebbe riaccendere
la minaccia dell'odio interconfessionale, hanno più volte avvertito
i leader religiosi di diverse confessioni. "Le autorità devono
cancellare questa fucilazione", ha ribadito nelle ultime ore - riporta
ancora AsiaNews - , il reverendo Rinaldy Damanik, presidente delle Chiese
del Sinodo di Sulawesi centrale. "La sentenza è stata emessa
sulla base di opinioni", sottolineano gli avvocati difensori.
Anche Papa Benedetto XVI ha seguito negli ultimi mesi la vicenda dei tre
condannati. Il 19 marzo scorso monsignor Joseph Suwatan, vescovo di Manado,
ha visitato in veste di "inviato speciale" del Pontefice - a
testimonianza della vicinanza della Santa Sede - Fabianus, Dominggus e
Marianus.
Ai quali ora non resta che aspettare, nel carcere di Palu, l'esecuzione
della sentenza. "La legge deve essere applicata: lo spettacolo deve
continuare", ha dichiarato cinicamente il ministro per la Sicurezza
indonesiano. A meno che non arrivi un inatteso (ma col passare delle ore
sempre più improbabile) colpo di scena finale.
Avvenire 10/08/06
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