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Federazione
Internazionale dei Giornalisti: "Sparare ai reporter è un
crimine di guerra"
Paolo M. Alfieri
Nuove norme nel diritto internazionale a protezione dei reporter di
guerra. E' quanto chiede la Federazione Internazionale dei Giornalisti
(IFJ) nell'introduzione al Rapporto "Journalists and Media Staff
Killed in 2003". Il segretario Aidan White sostiene che la targettizzazione
dei giornalisti e le negligenze sulla loro sicurezza debbano essere espressamente
dichiarati crimini di guerra. Inoltre l'IFJ reclama che inchieste indipendenti
vengano aperte in ogni caso in cui giornalisti vengano uccisi durante
un conflitto armato.
Sebbene fin dal 1979 il 2° Protocollo addizionale alla Convenzione
di Ginevra prevede che i giornalisti vadano considerati durante le
operazioni belliche alla stregua della popolazione civile, le cifre delle
morti violente dei corrispondenti dal fronte hanno raggiunto numeri altissimi.
Nel 2003 almeno 83 giornalisti hanno perso la vita in zone a rischio
(16 nel solo Iraq), ben 13 in più rispetto al 2002. Scorrendo
la tabella del Report si scopre che, dopo l'Iraq, sono Russia (9) e Colombia
(7) i paesi che hanno registrato il numero più alto di morti, ma
la situazione è allarmante anche in India (4), Brasile, Nepal e
Filippine (3).
La copertura mediatica della
guerra è dunque un'attività sempre più pericolosa.
La copertura indipendente della guerra in Cecenia è diventata
praticamente impossibile per i reporter russi e stranieri, a causa
degli impedimenti opposti dall'esercito russo e del forte rischio di cadere
vittima di sequestri o rapimenti.
In Liberia, la ripresa del conflitto ha avuto delle forti ripercussioni
sulla libertà di stampa: due giornalisti sono stati feriti con
colpi di arma da fuoco, mentre alcune dozzine di professionisti dei media
sono stati aggrediti o sequestrati.
In Indonesia, dalla proclamazione della legge marziale ad Aceh
sono stati uccisi due reporter e almeno altri cinque sono stati arrestati,
mentre almeno una ventina ha subito aggressioni o è stata presa
di mira durante i conflitti a fuoco. In questa provincia separatista,
i militari controllano l'informazione e l'attività dei giornalisti.
Diversi corrispondenti esteri, tra cui il giornalista americano William
Nessen, sono stati espulsi dal paese per il solo fatto di essersi recati
nella regione di Aceh.
In Sudan, malgrado le riforme istituzionali, le forze di sicurezza
controllano il trattamento mediatico della guerra civile. Nel 2003 hanno
ordinato la sospensione di diverse testate, tra cui il quotidiano anglofono
"Monitor".
Ma vanno anche ricordati casi
simbolo come le cannonate dei tank americani contro l'Hotel Palestine
a Bagdad dell'aprile scorso. L'albergo era la sede della stampa internazionale
non embedded, quella che si era distinta per un racconto meno unilaterale
della guerra. A rimetterci la vita José Couso e Taras Protsiuk.
Inoltre il bombardamento americano contro la sede di Bagdad dell'emittente
araba "Al-Jazeera", accusata di dare troppa voce al regime iracheno,
durante il quale morì Tareq Ayyoub. Bombardamento che ha ricordato
quello del 1999 durante la guerra in Kosovo contro l'emittente serba
pro-Milosevic "Rts", cha aveva causato la morte di 16 tra
giornalisti e tecnici.
La considerazione della necessità
di maggiori garanzie per la sicurezza dei giornalisti ha portato di recente
all'istituzione del "International News Safety Institute",
che si propone come portavoce delle istanze degli operatori dei media
nel campo del diritto di guerra internazionale.
Ifg online 13/01/04
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