Hong
Kong vota per un brandello
di libertà
Il vescovo Zen invita i cristiani ad andare alle urne. Pechino "preme"
per una vittoria dei conservatori
di Paolo M. Alfieri
E' il giorno della verità
per Hong Kong. Il giorno in cui questa ex colonia inglese di poco meno
di sette milioni di abitanti può decidere se assicurarsi quel poco
di democrazia che il sistema della madrepatria cinese le consente. O
se farsi "soffocare" in maniera più o meno definitiva
dai legacci di Pechino.
È il giorno delle elezioni del Legco, il Consiglio legislativo
della città, due mesi e mezzo dopo le grandi dimostrazioni di luglio,
quanto centinaia di migliaia di persone urlarono nelle piazze la loro
insoddisfazione per il governo. E protestarono per l'onnipresente intromissione
cinese nella loro vita quotidiana, per l'infondatezza del tanto sbandierato
principio dei "due sistemi in una nazione".
Manifestazioni che, se non hanno raggiunto l'obiettivo di ottenere l'elezione
diretta della totalità dei parlamentari e la scelta del capo dell'esecutivo,
hanno comunque spostato in maniera considerevole l'ago della bilancia
elettorale dalla parte dei democratici. Che si aspettano di conquistare
tra i 22 e i 27 seggi sui 30 effettivamente disponibili nel Consiglio.
Per gli altri 30 infatti nessuno si aspetta sorprese, visto che i voti
verranno esclusivamente dai cittadini appartenenti alle 28 corporazioni
professionali cittadine, controllate dalle forze politiche filo-cinesi.
In totale sono 3,2 milioni i cittadini iscritti per le elezioni, oltre
il 50% degli aventi diritto, un dato record che dagli analisti viene definito
una manna per i democratici. Anche la Chiesa locale si è mobilitata.
Mons. Joseph Zen, vescovo di Hong Kong, ha esortato i 500 mila cristiani
a prendere parte al voto, perchè l'ex colonia inglese "manca
di democrazia" e il pastore Eric So Shing-yit, esponente delle
chiese protestanti, ha sottolineato che "i cristiani hanno il dovere
di testimoniare la fede nella società e votare è parte di
questa testimonianza".
I democratici hanno potuto contare in campagna elettorale anche sull'appoggio
degli intellettuali, critici sul "sistema delle corporazioni",
mentre le organizzazioni pro-Pechino hanno puntato tutto sulla propaganda
"visiva". Così Hong Kong è stata tappezzata con
manifesti formato extralarge e sui maggiori quotidiani l'invito a votare
per i candidati "patriottici" ha occupato uno spazio spropositato.
I timori dei democratici sono quantomai rivolti alla legalità
stessa del processo di voto. Proprio negli scorsi giorni la commissione
elettorale ha rimosso i sipari dalle cabine, dopo che gruppi di cittadini
hanno denunciato di aver subito pressioni affinché immortalassero
con le fotocamere dei loro telefoni cellulari il loro voto, in modo da
"provare" la preferenza accordata.
Avvenire 12/09/04
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