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Aids/1 - Africa,
l'Hiv uccide
ma non è invincibile
Secondo un dossier del Pime su 40 milioni di sieropositivi 25 sono nel
Continente nero. E oggi la lotta è sia contro la diffusione del
virus sia contro i pregiudizi
Paolo M. Alfieri
E' una strage di proporzioni
immani, che avanza implacabile e silenziosa. E' una strage che non fa
rumore né notizia, perché chi ne è vittima non ha
voce o è troppo distante per farsi ascoltare. Eppure i numeri sono
lì, e chiudere gli occhi ora vorrebbe dire far sprofondare nel
baratro un intero continente. Su 40 milioni di sieropositivi nel mondo,
più di 25 si trovano in Africa, su 3 milioni di morti di Hiv 2,2
sono africani. Qui ogni 14 secondi un bambino resta orfano a causa dell'Aids:
nel 2010 saranno 25 milioni. E per loro la sorte è già
segnata, anche nel caso in cui siano negativi all'Hiv.
Giorno dopo giorno, l'Aids si
sta portando via un pezzo del continente nero. Sono numeri, quelli emersi
ieri a Milano durante un convegno organizzato dal Pime, che inchiodano
la comunità internazionale alle proprie, ineludibili, responsabilità.
Sono volti e storie davanti ai quali non agire equivale a sottrarsi al
dovere morale imposto dal senso di solidarietà, di fratellanza
tra i popoli, di aiuto per il prossimo.
Servono campagne di sensibilizzazione e pratiche sanitarie sicure. Serve,
soprattutto, combattere la povertà, perché il legame tra
miseria e sviluppo dell'epidemia è, purtroppo, forte e luttuoso.
L'Aids genera povertà perché falcidia la forza-lavoro
di Paesi in via di sviluppo. E perché i farmaci anti-retrovirali,
in un continente in cui milioni di persone vivono con meno di un dollaro
al giorno, sono ancora troppo costosi.
Così anche l'Aids,
in Africa, è inevitabilmente un business dal quale trarre profitti,
e la povertà che ne deriva è, a sua volta un fattore determinante
nell'espansione dell'epidemia. Redditi bassi o irregolari si accompagnano
infatti a ragazze e bambini costretti a prostituirsi per pochi spiccioli,
esposti in maniera letale al contagio da Hiv.
E poi le inibizioni ancestrali, i pregiudizi, con cui si trovano a
lottare tutte le associazioni religiose e laiche che operano nel continente
nero. Difficile, ad esempio, informare gli africani delle conseguenze
connesse ai rapporti sessuali a rischio, se i loro stessi governi hanno
negato per anni la causalità diretta tra l'Hiv e l'Aids. Come nello
Zambia, o in Sudafrica, dove nella maggior parte dei casi i decessi dei
sieropositivi vengono catalogati tra le morti dovute a tubercolosi e polmoniti,
in un Paese dove una persona su nove è affetto dall'Hiv.
Per questo hanno fatto fragore,
due mesi fa, le parole di Nelson Mandela. Commosso, certo, ma forte nel
rivelare al mondo che suo figlio Makgatho era morto proprio di Aids.
Ha rotto un tabù tutto africano, il vecchio Madiba, ben sapendo
che proprio l'ignoranza e il silenzio sulla malattia rischiano di fare
naufragare le speranza legate alla sconfitta dell'Hiv.
Che non è invincibile, né necessariamente fatale. Lo dimostrano
i successi delle terapie di prevenzione dirette alle donne in stato
di gravidanza, grazie alle quali è stato possibile ridurre dal
25 all'8% la trasmissione del virus da madre a figlio. Lo dimostra
il caso dell'Uganda, dove oramai da un decennio a questa parte le cure
e le campagne di prevenzione sono riuscite a far calare, lentamente ma
in modo costante, il tasso di infezione dell'Hiv dal 16 al 6% della popolazione.
"Per l'Africa servono rispetto e solidarietà", ha dichiarato
nei giorni scorsi Tony Blair. La Commissione per l'Africa sponsorizzata
dallo stesso premier britannico ha calcolato una spesa pari a 2 miliardi
di dollari per i programmi di cura e prevenzione diretti in particolare
ai bambini. Ancora una goccia, certo, ma comunque un primo segnale
di un impegno nuovo per il futuro di un intero continente.
Avvenire 13/03/05
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