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Haiti, la sfida
al passato parte dalle urne
Dopo 4 rinvii in tre milioni
al voto per dimenticare Aristide. La gara si gioca tra René Préval,
considerato un "fratello gemello" dell'ex dittatore e Charles
Baker. Probabile un ballottaggio. Si temono scontri: i gruppi che si spartiscono
il territorio possono contare su 170mila armi che entrano con il mercato
nero.
Paolo M. Alfieri
Dicono che quell'appellativo
poetico le derivi dal riflesso che la luce del sole assumeva investendo
le sue tipiche case bianche. Eppure si fatica a trovare attualmente qualcosa
di lirico, in questo ammasso di lamiere, fango e violenza che conserva
il nome di Citè Soleil, sterminata bidonville a nord della capitale
haitiana Port au Prince. L'emarginazione che qui tutto avvolge e tutto
consuma è semmai uno dei motori delle razzie, dei sequestri, delle
battaglie tra gang criminali che contribuiscono ad innalzare la tensione
nel Paese più povero dell'emisfero Occidentale.
Potranno cambiare qualcosa le elezioni presidenziali previste per oggi,
a due anni esatti dalla rocambolesca fuga dell'ex capo di Stato Jean-Bertrand
Aristide? Saprà la nuova classe dirigente limitare le violenze
e dare una speranza a milioni di haitiani che vivono con meno di un dollaro
al giorno? Rinviata per ben quattro volte a causa della necessità
di risolvere problemi organizzativi, la chiamata alle urne riguarderà
circa tre milioni di persone. "Vogliamo un voto trasparente, un passaggio
obbligato per il ripristino della democrazia", continua a ripetere
il primo ministro Gerard Latortue, ma l'impresa non si preannuncia facile,
anche per l'eventualità (tutt'altro che remota) di scontri violenti
post-elettorali.
A guidare i sondaggi, con oltre un terzo delle preferenze, è René
Garcia Préval, ex primo ministro con Aristide e di questi considerato
una sorta di "fratello gemello". Fermo al 10% è invece
Charles Henri Baker, industriale con la passione della politica, emerso
negli anni scorsi come leader ostile ad Aristide. All'8% nelle intenzioni
di voto è l'ex presidente Leslie Francois Manigat, mentre resta
nelle retrovie l'ex senatore Dany Toussaint, arrestato (e poi rilasciato)
qualche settimana fa per possesso illegale di armi e sospettato, in passato,
di legami con il narcotraffico.
Se i pronostici dovessero avverarsi sarà dunque necessario aspettare
l'esito del ballottaggio per conoscere il nome del nuovo presidente. Sembrano
non avere fretta, comunque, le bande che imperversano in ogni angolo del
Paese contendendosi fette di territorio (e di potere) a suon di proiettili.
Negli ultimi due anni le continue violenze hanno provocato oltre 1.600
morti e 4.000 feriti. Secondo Amnesty International, i gruppi armati possono
contare su almeno 170mila armi, che convergono sull'isola grazie a un
fervente mercato nero. Preoccupa in particolare la fiorente "industria
dei sequestri": nelle prime settimane del 2006 ne sono state vittima
già quaranta persone. C'è chi ha addirittura ipotizzato
che i proventi di questo crimine servano anche a foraggiare la campagna
elettorale di alcuni candidati "graditi" alle diverse bande.
Una connivenza denunciata da un portavoce dell'Onu, alla quale però
molti rinfacciano l'inadeguatezza nel far fronte alle violenze. Accuse
che i caschi blu (scioccati a inizio gennaio dall'oscuro suicidio del
comandante della missione, il brasiliano Urano Teixeira de Matta Bacelar)
provano a respingere. Secondo la Minustah, infatti, sarebbe in corso un
tentativo di screditare, attraverso la forza di pace, l'intera comunità
internazionale. La colpa per la crescente insicurezza sarebbe invece da
attribuire, per i caschi blu, a settori della borghesia haitiana interessati
a rinviare all'infinito il processo di normalizzazione del Paese.
Normalizzazione a favore della quale premono molti governi stranieri.
L'Unione europea ha stanziato lo scorso ottobre per Haiti 72 milioni di
euro, ai quali vanno aggiunti gli oltre 430 milioni raccolti da altri
finanziatori. Difficile, però, capire come questi fondi verranno
gestiti dalla prossima classe dirigente. Il rispetto per i diritti umani,
l'assistenza sanitaria e la creazione di un mercato del lavoro saranno
tra le prime questioni con le quali dovrà cimentarsi il nuovo presidente.
Ad attendere una svolta ci sono milioni di persone in bilico, che aspettano
di poter di nuovo osservare il riflesso della luce del sole, lì
dove ora tutto è lamiere, fango e violenza.
Avvenire 07/02/06
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