Conakry,
lo sciopero finisce nel sangue
Almeno 17 vittime: la polizia ha sparato sulla folla che
sfilava contro il governo. Da quasi due settimane la nazione è paralizzata.
Bersaglio dei sindacati e della società civile il presidente Conte:
gli si imputano la gestione dispotica del potere
e la grave crisi economica.
Paolo M. Alfieri
Una vera e propria marea umana
ha inondato ieri le strade di Conakry, capitale della Guinea, nel tredicesimo
giorno consecutivo di sciopero generale indetto da organizzazioni della
società civile, sindacati e opposizione contro il presidente Lansana
Conte, al potere da ben ventitré anni. I manifestanti hanno attraversato
la città tentando di dirigersi verso il quartiere che ospita gli
uffici della presidenza. All'altezza del ponte 8 novembre, che separa
l'area "governativa" dal resto della capitale, un imponente
schieramento dell'esercito ha però soffocato nel sangue la protesta.
Almeno diciassette persone sarebbero rimaste uccise dai proiettili sparati
dalle forze dell'ordine, mentre i feriti sarebbero oltre un centinaio.
Una fonte governativa ha anche riferito di sei morti nelle città
nordorientali di Kankan and Siguiri. Sale così ad almeno 33 il
numero totale delle vittime dall'inizio delle manifestazioni di dissenso,
mentre gli arresti sono già più di trecento. Quello in corso
è il terzo sciopero generale a oltranza proclamato negli ultimi
dodici mesi. Alle iniziali rivendicazioni di carattere economico, che
puntavano l'attenzione sull'innalzamento esponenziale del costo della
vita, sulla necessità di un aumento degli stipendi e di riforme
sociali, col passare del tempo si sono sovrapposte richieste di carattere
più specificamente politico.
Il presidente Conte è il bersaglio principale dei sindacati e della
società civile: gli si imputano la gestione dispotica del potere,
la corruzione dilagante, la scarsissima trasparenza nell'assegnazione
degli appalti, l'ingerenza negli affari giudiziari, l'accumulazione indebita
di denaro, soprattutto in relazione agli ingenti fondi derivanti dalla
vendita di bauxite, di cui il Paese è ricchissimo. "Ormai
si punta chiaramente alle dimissioni forzate di Conte e del suo entourage
- conferma ad Avvenire un operatore umanitario raggiunto a Conakry -.
I manifestanti pretendono un forte segnale di cambiamento politico, dopo
aver assistito all'impoverimento generale della popolazione".
In alcune zone una parte dello stesso esercito, sottolinea la fonte, ha
"fraternizzato" ieri con i manifestanti, ma l'ostacolo più
grosso resta la guardia presidenziale: "Gli uomini che ne fanno parte
appartengono alla stessa etnia di Conte, e difficilmente acconsentiranno
all'uscita di scena del loro leader".
Due giorni fa Conte ha rivolto un appello proprio ai militari, chiedendo
loro di salvaguardare l'unità della Guinea. "Anche nel caso
che il presidente lasci il proprio incarico - prosegue l'operatore umanitario
- l'esercito avrà un ruolo fondamentale per assicurare una transizione
costituzionale pacifica. Il pericolo, infatti, è che alcune fazioni
possano approfittare dell'eventuale vuoto politico per appropriarsi del
potere e scatenare l'anarchia in tutto il Paese".
"Forte preoccupazione" per la situazione in Guinea è
stata espressa anche dalla Comunità economica degli Stati dell'Africa
occidentale.
"Continueremo la nostra mobilitazione a oltranza fino a ottenere
la caduta di questo governo", ha dichiarato all'agenzia Misna Ben
Sékou Sylla, presidente del Consiglio nazionale della società
civile, che invoca la formazione di un esecutivo "di largo consenso".
Il governo sembra però ulteriormente accentuare la repressione:
Rabiatou Serah Diallo, segretario generale della Confederazione dei lavoratori,
e Ibrahima Fofana, capo del Sindacato dei lavoratori di Guinea, "sono
stati arrestati nel pomeriggio", ha riferito in serata Ousmane
Diallo, portavoce sindacalista.
Al momento sembra quindi che gli spazi di mediazione siano ristrettissimi.
Senegal e Nigeria avevano dato la loro disponibilità per l'avvio
di un negoziato tra le parti, ma l'escalation della tensione ha portato
a un rinvio del loro intervento.
Avvenire 23/01/07
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