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"Dopo la catastrofe, il rischio epidemie" Liano, docente alla Cattolica, è appena tornato dal Paese: la calamità è resa ancor più drammatica dalla disorganizzazione nei soccorsi Paolo M. Alfieri "È nel mezzo di tragedie come queste che diventano lampanti le differenze socioeconomiche di un Paese. Coloro che hanno mezzi adeguati riescono in qualche modo a cavarsela, chi non possiede nulla è costretto a restare in balia del proprio destino". E' inevitabilmente amaro il tono delle parole di Dante Liano, professore di Letteratura spagnola e ispanoamericana all'Università Cattolica di Milano. E' il tono di chi ha assistito da vicino alla catastrofe che ha devastato il Guatemala, dove centinaia di persone hanno perso la vita in seguito all'urto devastante dell'uragano Stan. Popolazioni intere che ora aspettano un segno concreto di solidarietà internazionale. "Gli aiuti stanno arrivando troppo lentamente - denuncia il professor Liano, di ritorno da Città del Guatemala - A migliaia sono abbandonati a loro stessi: se non ci si muove in fretta la loro sorte rischia di essere segnata. Solo le istituzioni cattoliche, grazie alla rete delle loro strutture distribuita capillarmente su tutto il territorio, stanno garantendo piena assistenza. Per il resto sta venendo allo scoperto l'inadeguatezza del governo davanti all'emergenza, nonché strani episodi di speculazione". Il professor Liano sottolinea ad esempio un aumento vertiginoso del prezzo dell'acqua potabile, la cui distribuzione è gestita da un'unica grande compagnia privata. "Il rischio di epidemie è altissimo perché i pozzi del Paese sono stati contaminati dalle alluvioni. Per questo l'acqua è il bene più prezioso di cui questa gente ha attualmente bisogno". Il fattore disorganizzazione non fa che aggiungere caos alla disperazione. "Le autorità locali sono totalmente impreparate. Nelle ore immediatamente successive al dramma hanno fatto di tutto per minimizzare quanto era accaduto, salvo poi dichiarare lo stato di 'calamità nazionale'. C'è da aggiungere che quando i soccorritori riescono ad arrivare nelle aree disastrate vengono spesso assaliti dalla folla che cerca di accaparrarsi una coperta o un po' di cibo. E' un contesto difficile da gestire". A preoccupare sono soprattutto le condizioni delle migliaia di bambini resi orfani dalla catastrofe. Chi si occuperà di loro nel lungo periodo, se già oggi, a due settimane da quanto accaduto, l'attenzione del mondo verso questo angolo di Centroamerica sembra essersi dissolta? "E' veramente doloroso dover constatare la differenza di interesse internazionale tra questa e altre recenti sciagure umanitarie - sottolinea Liano - E dire che la dimensione del dramma a poco a poco è affiorata: interi paesi sotterrati dalle frane sono stati addirittura ribattezzati col termine di 'cimiteri'. Dare una stima reale delle vittime è praticamente impossibile". Secondo alcune fonti sono circa 200mila le persone colpite, in diversa misura, dagli effetti del passaggio dell'uragano. Sorprendente è stata la reazione di alcune comunità locali, che sono riuscite ad organizzarsi in modo autonomo. "E' lo stesso processo verificatosi all'indomani del terribile terremoto del 1976 - fa notare Liano - Il fatto è che queste nuove forme di aggregazione sociale potrebbero trasformarsi, in un secondo tempo, in un problema di tipo politico per lo Stato, ad esempio avanzando rivendicazioni di carattere sociale. L'evoluzione di questo processo dipenderà dalla capacità di ascolto del governo, che in passato, pero', ha più volte mostrato un carattere repressivo e autoritario". Avvenire 19/10/05
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