Il caso / La salute tra business e discriminazione

Farmaci negati


Beni essenziali come le medicine non sono accessibili a milioni di persone. Rappresentanti di Organizzazione mondiale della sanità, ong e industrie farmaceutiche a confronto.

Paolo M. Alfieri e Anna Pozzi

Sono milioni, addirittura miliardi le persone che si ammalano e spesso muoiono ingiustamente per patologie facilmente curabili o prevenibili. Ne abbiamo parlato diffusamente nel servizio speciale di gennaio, dedicato alle "malattie dimenticate". Ma restano molte le cose da dire, le responsabilità da scandagliare, le logiche mercantili da denunciare... Ecco perché ritorniamo sul tema, per approfondirne un aspetto specifico, quello dei farmaci negati. Ovvero, delle molte colpevoli responsabilità di quel complesso "mercato della salute" che risponde a logiche di profitto e abbandona milioni di poveri che non possono permettersi di acquistare i farmaci.
Lo facciamo a partire da tre punti di vista diversi e complementari: quello di un docente universitario, il professor Angelo Stefanini, del dipartimento di Medicina e Sanità pubblica dell'università di Bologna, impegnato anche con l'ong Medici con l'Africa Cuamm; un funzionario dell'Organizzazione mondiale della sanità (Oms), Nevio Zagaria, e il rappresentante di una casa farmaceutica, Paul Herrling, responsabile del dipartimento ricerca e dell' Istituto per le malattie tropicali della Novartis.
"La questione della mancanza di farmaci per le cosiddette "malattie della povertà" - incalza il professor Stefanini - è un po' il riflesso di un'ingiustizia globale che tocca tanti aspetti della globalizzazione. Ma è, se vogliamo, una situazione ancor più grave, perché riguarda beni essenziali come i farmaci, che non possono essere paragonati a tutti gli altri beni di consumo. È inammissibile che sia solo il libero mercato a determinare l'accesso ai farmaci. L'industria farmaceutica, ovviamente, si concentra su quei prodotti per i quali esiste una domanda, e la domanda esiste laddove c'è la possibilità di pagare. Questa è l'origine delle malattie dimenticate. Tra queste, quelle meno dimenticate sono quelle che coinvolgono un po' anche il Nord del mondo: Aids, tubercolosi, malaria... C'è, dunque, sicuramente, la necessità di un cambiamento di prospettiva, che faccia una distinzione netta tra i beni che possono essere lasciati al libero mercato e quelli che devono invece essere considerati "beni pubblici", da assicurare a tutta la popolazione mondiale".
"Occorrono nuove strategie", ammette Nevio Zagaria, dell'Oms. Medico e funzionario da otto anni dell'agenzia Onu che si fa carico della salute della popolazione del pianeta, si è occupato sino al giugno 2005 proprio di Neglected Diseases ed ora è uno dei coordinatori del programma Health Action in Crisis, ovvero della salute nelle situazioni di crisi ed emergenza. Come a dire, dalle "malattie dimenticate" alle "popolazioni dimenticate".
"C'è bisogno di nuove strategie sanitarie - ribadisce Zagaria - per garantire servizi essenziali agli ultimi, a quelli più difficili da raggiungere, coloro che vivono in situazioni di guerra o di conflitto o che abitano in zone rurali particolarmente isolate e inaccessibili. O che sono ammassati in condizioni terribili negli slum urbani, dove emerge in tutta la sua drammaticità il problema dell'iniqua distribuzione delle risorse all'interno degli stessi Paesi in via di sviluppo. È in queste "popolazioni dimenticate" che si concentrano malattie e situazioni di povertà e disagio, in cui si sovrappongono e interagiscono cause e responsabilità complesse".
Zagaria punta il dito contro le politiche sanitarie locali, sui governi che relegano i ministeri della Sanità al ruolo di cenerentole, su una sanità di base troppo fragile e destrutturata.
"Politiche di prevenzione e trattamenti di massa - dice - dovrebbero diventare di routine esattamente come le vaccinazioni. Occorre organizzare distribuzioni di farmaci attraverso il coinvolgimento delle comunità locali, ma i limiti gravi dei sistemi sanitari pubblici impediscono di intervenire efficacemente".
Eppure i soldi non mancano. Il Global Fund dispone di ingenti risorse - anche se ancora insufficienti - ma i risultati, anche per quanto riguarda malattie come Aids, malaria e tubercolosi, sono del tutto insoddisfacenti.
La stessa Oms, accusano i suoi detrattori, è fortemente condizionata da potenti lobby - soprattutto quelle farmaceutiche, ma anche governative - che non le permettano di recuperare la propria centralità in termini di gestione o orientamento delle politiche sanitarie a livello mondiale. È piuttosto un organismo come l'Organizzazione mondiale del commercio - fa notare il professore Stefanini - che controlla tutto il mercato della salute, secondo logiche meramente commerciali.
"Abbiamo visto come è andata a Hong Kong lo scorso dicembre - denuncia il professore -. L'Europa ha imposto ai Paesi poveri di aderire all'accordo Gats sulla liberalizzazione di servizi in cambio di una leggera diminuzione dei sussidi ai suoi agricoltori e a una leggera riduzione delle tariffe per le esportazioni agricole dei Paesi poveri dal 2013. Questo fa capire la scarsa sensibilità del Nord del mondo: non ci si rende conto delle implicazioni in termini di salute e qualità della vita di queste popolazioni".
Per non parlare, continua Stefanini, della politica dei brevetti, che è all'origine di un sistema ingiusto e criminale che non consente l'accesso ai farmaci a milioni di persone. "Gli accordi Trips (Trade related aspects of intellectual property rights), che regolano i diritti delle proprietà intellettuali, sono una trappola mortale e paradossalmente vanno anche contro il libero mercato, nel senso che esso viene monopolizzato per vent'anni da chi ha prodotto un bene. Certo, a livello generale, è da difendere il diritto di poter commerciare un prodotto che è frutto dell'innovazione e della ricerca, ma questo discorso può valere solo per quei prodotti che non rappresentano dei salvavita, come i farmaci. Prendiamo quanto sta accadendo per l'influenza aviaria. Tutti i Paesi stanno cercando di accumulare scorte di Tamilflu, prodotto dalla Roche (anche se si sa che questo farmaco non ha grandissimi effetti). La Roche ha già fatto sapere che non ha la capacità di produrre dosi di Tamilflu per l'intera popolazione mondiale, ma non vuole nemmeno concedere il brevetto o dare ad altri la possibilità di sviluppare farmaci generici. Siamo insomma incastrati da regole che abbiamo fatto noi stessi".
Ma che cosa fa l'Oms a questo proposito? Il dottor Zagaria non si sottrae all'autocritica: "Non c'è una visione strategica a livello di Oms - ammette -. Ciascun settore tende a lavorare sulla propria malattia e non si sono fatti sforzi adeguati per creare sinergie tra i differenti programmi e nelle ricerca di fondi, che poi inevitabilmente condizionano l'implementazione dei programmi stessi. Ora però stanno maturando orientamenti inediti e incoraggianti, volti a creare una nuova piattaforma di intervento sulla sanità pubblica".
Qualche risultato positivo, tuttavia, è stato ottenuto. "Ad esempio - tiene a precisare - nel campo della prevenzione e della cura alla lebbra. Nel 1999 l'Oms ha lanciato un piano globale per l'eliminazione di questa malattia ed ha favorito accordi tra governi e la Novartis, che ha messo a disposizione gratuitamente i farmaci necessari per questo programma (cfr box p. 62-63), che aveva lo scopo fondamentale di prevenire il contagio e di affrontare la malattia nelle sue fasi iniziali per ridurre sensibilmente le disabilità. In questi anni, sono stati ottenuti risultati incoraggianti: 113 Paesi hanno raggiunto la soglia al di sotto della quale si ritiene che la lebbra sia debellata. Ne restano altri sette o otto. Complessivamente, si è ridotto del 90 per cento il numero di malati sino ad arrivare ai 300mila casi attuali".
Resta il fatto che per molte altre patologie tipiche dei Paesi in via di sviluppo non si stanno facendo sforzi altrettanto consistenti e adeguati. Al punto che, alcune malattie, come quella del sonno, praticamente debellate negli anni Sessanta-Settanta, oggi si stanno nuovamente diffondendo in maniera preoccupante.
A questo proposito, l'Osservatorio italiano per la salute globale (www.saluteglobale.it) ha pubblicato nel 2004, un rapporto su "Globalizzazione e salute". Ed ora si accinge a pubblicarne uno nuovo sulla disuguaglianza della salute nel mondo.
"Finché quello della salute resta un business così imponente e lucroso difficilmente le cose cambieranno - denuncia il professor Stefanini -. Basti pensare che l'industria farmaceutica è tutti gli anni in cima alle classifiche della rivista Fortune, che riporta le imprese più redditizie. Il profitto netto a volte raggiunge il 25-30 per cento delle entrate. C'è dunque un grosso divario tra l'industria farmaceutica e tutte le altre, da quella del petrolio a quella automobilistica, e così via. Ma quanto effettivamente queste industrie spendono in ricerca? Sicuramente lo fanno in misura nettamente inferiore a quanto investono per pubblicità e marketing. Va inoltre considerato che in molti casi le scoperte nel campo farmaceutico vengono spesso fatte da strutture pubbliche come le università. Esse però non hanno la capacità finanziaria per poter commercializzare la loro scoperta, e quindi si limitano a vendere i brevetti a costi risibili alle aziende farmaceutiche, che traggono da questo processo grossi profitti. Molti dei costi delle ricerche sono quindi sostenuti da strutture pubbliche. Se l'industria farmaceutica rinunciasse anche solo al 5 per cento dei suoi profitti si libererebbero enormi risorse per la ricerca su malattie dimenticate".
Come invertire questa tendenza? Stefanini azzarda un auspicio: "Mi auguro che la politica e i partiti comincino a interessarsi a questi temi. Ci vuole maggior consapevolezza sul fatto che gli accordi che vengono firmati in questi ambiti hanno un impatto fondamentale sulla qualità della vita di milioni di persone".

M.M. febbraio 2006, pp. 60-64


 



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