Eutanasia, il medico olandese:
"Non vogliamo farli soffrire"


"Lasciare che il dolore continui? Per noi non è
un'opzione praticabile"

Paolo M. Alfieri

Il dottor Eduard Verhagen, direttore della clinica universitaria di Groningen, è stato il responsabile delle trattative con il governo olandese che hanno portato alla firma del protocollo che ha esteso l'eutanasia anche ai minori di 12 anni.

Professore, perché avete insistito con le autorità per rendere legale questa pratica anche sui bambini?
Abbiamo preso questa decisione perché ci siamo resi conto, attraverso la nostra esperienza medica, delle grandi sofferenze alle quali sono sottoposti neonati e bambini affetti da malattie incurabili. Una soluzione sarebbe lasciare che questa sofferenza continui. Per noi questa non è un'opzione praticabile.

Perché una posizione così netta?
Vede, la pratica dell'eutanasia per gli adulti è già molto comune, non solo in Olanda, ma anche in altri Paesi del mondo, dove però non viene data molta pubblicità a questo trattamento. In Italia probabilmente è difficile immaginare l'eutanasia come una pratica percorribile, nel nostro Paese questa invece è una cosa che avviene, che esiste, e della quale la gente è attenta. Ora, perché a un adulto deve essere consentito di porre fine a sofferenze indicibili e ad un neonato no? Forse perché non ha la possibilità di parlare? Certo, si potrebbe rimandare la decisione, ma l'unico risultato sarebbe quello di estendere nel tempo le loro pene.

Ma non crede che la sofferenza sia un aspetto della vita che, per quanto doloroso, vada vissuto e rispettato?
L'ho già detto e lo ripeto, per noi la sofferenza non è un'opzione.

Da chi parte generalmente l'input all'avvio della procedura? E' una decisione dei medici o sono i genitori a richiederla?
Solitamente è una decisione medica, presa rispettando determinate condizioni e con l'aiuto della migliore tecnologia medica. Ma è una decisione che non può essere presa senza l'assenso dei genitori. Noi forniamo alla famiglia tutto l'aiuto di cui ha bisogno. I colloqui con gli psicologi, gli assistenti sociali e i medici sono numerosi perché vogliamo essere sicuri che diano il loro assenso sulla base di una scelta attenta.

Quante volte le capita di dire no, di pensare che l'eutanasia non sia la scelta migliore?
Molto spesso. Sono solo una decina i casi all'anno in cui decidiamo di interrompere una vita. Quando prendiamo una decisione, poi, ci atteniamo strettamente al protocollo d'intesa autorizzato dal governo.

Le è mai capitato di avere qualche ripensamento?
No, mai. Perché è una decisione che viene applicata solo nei casi in cui sia strettamente necessaria e che coinvolge così tante persone, medici, parenti, anche avvocati, che alla fine siamo sicuri al 100% che quella sia la decisione giusta.

Avvenire 09/11/04



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