| Etiopia
al voto, il regime vuole rimettersi in gioco A vigilare sulla regolarità delle operazioni, per la prima volta, gli osservatori internazionali. In oltre 26 milioni alle urne. C'è tensione: i due schieramenti si sono lanciati reciproche accuse di alimentare il caos. Il primo ministro resta il favorito, ma l'opposizione è convinta di farcela. Paolo M. Alfieri "La febbre elettorale ha colpito più di quanto ci aspettassimo, rispetto al voto precedente i progressi sono impressionanti". E' Rob Vermaas, ambasciatore olandese ad Addis Abeba, a confermare con questa battuta l'entusiasmo e l'attesa popolare per le elezioni di domenica in Etiopia. Sono oltre 26 milioni le persone che si recheranno alle urne per il terzo voto dalla caduta del regime di Menghistu nel 1991, ma la presenza degli osservatori internazionali rende queste elezioni assolutamente inedite. Da una parte ci sarà ancora Meles Zenawi, attuale premier e leader del Fronte democratico rivoluzionario (Eprfd). Dall'altra due alleanze che fanno capo alla Coalizione di unità democratica (Cud) e al Fronte unitario democratico (Uedf), forze che hanno annunciato, in caso di successo, un governo di unità nazionale. L'entusiasmo dei sostenitori dell'opposizione è fortissimo. Erano oltre un milione, qualche giorno fa, a manifestare nell'immensa piazza della Croce, nel centro di Addis Abeba, con l'indice e il medio alzati in segno di vittoria. Un'enorme carosello colorato e festante, conclusosi fortunatamente senza incidenti, nonostante le accuse reciproche tra i due schieramenti durante l'intera campagna elettorale. Meles - al potere dal 1991 - non ha esitato a paragonare le tattiche dell'opposizione a quelle usate per fomentare il genocidio ruandese ("Stanno creando odio e caos"). Cud e Uedf hanno denunciato casi di imprigionamenti e torture contro i loro sostenitori. Oltre ad una presunta compravendita dei voti attuata dal governo nelle zone rurali, dove più che il richiamo dell'urna a vincere è il nodo della fame. Cartoline da un Paese dove cinque milioni di persone dipendono permanentemente dagli aiuti alimentari provenienti dall'estero. Cartoline da un Paese dove quasi il 70% della popolazione è analfabeta e l'età media è di appena 45 anni. "Vorrei un governo che agisse contro la povertà, creando maggiori opportunità di lavoro per i giovani - dichiara ad un quotidiano locale, The Reporter, Solomon Assefa, professione impiegato pubblico - E mi aspetto anche politiche serie nei confronti dell'Aids e contro la corruzione". "Gli etiopi stanno chiedendo a gran voce una democrazia reale - scrive sull'Addis Tribune l'opinionista Getachew Melke - Nessuna società egalitaria può accettare un primo ministro che governi a vita, pena l'instaurazione di una tirannia. Queste elezioni rappresentano una grande opportunità per tutto il Paese". Eppure, secondo qualche sondaggio, le probabilità di un cambio al governo non sono molte. L'opposizione è infatti accreditata di un 30% dei voti. Un risultato discreto, se si pensa che attualmente detiene in Parlamento appena una ventina di seggi su 547, ma che giocherebbe ancora a favore di Meles, il quale consoliderebbe il potere rendendosi al tempo stesso credibile grazie alla crescita dell'opposizione in presenza degli osservatori internazionali. Per questo, fino all'ultimo minuto disponibile, le opposizioni ripeteranno instancabilmente il refrain secondo il quale, in queste elezioni più che mai, "ogni voto conta". E' lo stesso messaggio lanciato dall'Assemblea dei vescovi cattolici locali, che ha invitato tutti gli etiopi a esercitare la propria "responsabilità" elettorale. E a premiare, soprattutto, quelle politiche che salvaguardano "la libertà di coscienza e di religione, nonché il rispetto dei diritti umani". Avvenire 15/05/05 |
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