| L'Eritrea
"espelle" l'Onu È scontro: via gli ispettori dalla frontiera con l'Etiopia. Il provvedimento riguarda funzionari americani, canadesi, russi e della Ue. Ferma la condanna del Consiglio di sicurezza e di Kofi Annan. Il governo rivale di Melles definisce l'azione "inappropriata". Paolo M. Alfieri Si fa sempre più tesa la situazione al confine tra Eritrea ed Etiopia, già protagoniste tra il 1998 e il 2000 di un conflitto che ha causato oltre centomila morti e il dissesto economico dei due Paesi. Ieri, infatti, il governo di Asmara ha ordinato con un decreto l'espulsione di 150 membri del personale Unmee, la Missione di pace Onu incaricata di vigilare sul rispetto degli accordi di pace. Il provvedimento riguarda i funzionari di nazionalità americana, canadese, russa ed europea, divisi tra osservatori militari, personale amministrativo e staff logistico. Il tempo concesso loro per lasciare il territorio eritreo è di dieci giorni. Nel provvedimento, reso pubblico con una lettera firmata dal colonnello Zecarias Ogbagaber, ufficiale incaricato dei rapporti con il contingente di pace, non si fa invece riferimento agli altri componenti della Missione Onu, composta da oltre 3mila uomini provenienti da diversi Paesi. La mossa di ieri segue altri segnali che indicano un pericoloso inasprimento della crisi tra Asmara e Addis Abeba. All'inizio di ottobre, ad esempio, il presidente eritreo Issaias Afeworki aveva deciso di non concedere più lo spazio aereo ai voli delle Nazioni Unite, limitando così di fatto le possibilità di monitoraggio della zona cuscinetto. Contemporaneamente Afeworki si era lanciato in un duro atto d'accusa contro il Palazzo di Vetro, colpevole di non esser riuscito a far rispettare all'Etiopia l'ordine di lasciare la città di Bademme. Proprio la disputa sul controllo di questa zona aveva fatto da detonatore all'esplosione del conflitto di sette anni fa. Il premier etiope Melles Zenawi si è detto disponibile a rispettare l'arbitrato internazionale che ha assegnato Bademme all'Eritrea, ma continua a chiedere, in cambio, un corridoio di sbocco al mare. L'Onu ha minacciato lo scorso 23 novembre pesanti sanzioni economiche sia nei confronti di Asmara che di Addis Abeba, ma da nessuna delle due capitali sono arrivati segnali concilianti. Nella serata di ieri si è riunito il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, dal quale dovrebbe arrivare una ferma condanna del nuovo strappo eritreo. Addis Abeba, tramite il ministro dell'Informazione Berhan Hailu, ha definito "inappropriato" il provvedimento di Asmara, ma, se da una parte si è detta disponibile a "giungere ad una conclusione pacifica della questione", dall'altra ha sottolineato di essere pronta a difendere la propria sovranità. Quel che è certo è che entrambi i Paesi da tempo stanno ammassando truppe verso i confini e la possibilità che la situazione precipiti si fa sempre più concreta. Entrambi i governi, questa l'impressione degli osservatori, provano così a convogliare su un nemico esterno le rispettive gravi tensioni interne. Sia Melles che Afeworki hanno infatti in questo modo mano libera nel destinare una grossa parte del bilancio statale alle spese militari (l'Eritrea già riserva il 20% del proprio Pil alla Difesa) e, al tempo stesso, hanno buon gioco nel tenere a freno l'opposizione. Sui due leader, tra l'altro, da anni piovono accuse da parte delle organizzazioni che difendono i diritti umani. Arresti arbitrari, torture, sparizioni "politiche", l'elenco delle violazioni riscontrate è lunghissimo. Proprio ieri Amnesty International ha denunciato la crescente persecuzione di cui sono vittime in Eritrea le minoranze religiose, oltre a un aumento delle violazioni del diritto alla libertà di opinione e di coscienza. Avvenire 08/12/05 |