Darfur, l'Onu vota
un ultimatum "ammorbidito"


Sospesi i colloqui di pace: forse solo tra un mese la ripresa dei contatti tra il regime islamico e i ribelli

di Paolo M. Alfieri

Il Consiglio di sicurezza dell'Onu decide sul Darfur: nella tarda serata di ieri era previsto il voto sulla risoluzione avanzata dagli Stati Uniti riguardo la crisi in corso nella regione occidentale sudanese martoriata da un anno e mezzo di guerra civile.
Il testo, per il quale era data per scontata l'approvazione, è però molto più blando rispetto alla bozza che Washington aveva predisposto nei giorni scorsi. Le sanzioni nei confronti del governo sudanese, qualora Khartum non dovesse attuare le misure idonee a un miglioramento della situazione sul terreno, non scatteranno infatti in modo automatico.
L'opposizione in seno al Consiglio di Paesi come Algeria, Pakistan e, soprattutto, Cina (detentore del diritto di veto) ha costretto gli Stati Uniti a configurare nella risoluzione un ulteriore voto del Consiglio di sicurezza per l'attuazione delle sanzioni. Che andrebbero a colpire, in particolare, il commercio del petrolio di Khartum, una produzione di 320mila barili di greggio al giorno della quale proprio la Cina è uno dei maggiori importatori.

La risoluzione chiede al governo sudanese di porre fine alle violenze nella regione, in particolare attraverso il disarmo e l'arresto delle milizie arabe janjaweed, protagoniste di sanguinosi raid nei confronti delle popolazioni africane locali. Raid che hanno provocato la fuga di massa di oltre un milione di persone dai loro villaggi e decine di migliaia di morti. In sostanza una richiesta analoga a quella già avanzata (e rimasta disattesa) nella prima risoluzione sul Darfur, la numero 1556 approvata lo scorso 30 giugno.

Il testo prevede anche l'ampliamento del contingente dell'Unione africana (Ua) nella regione a protezione degli osservatori del cessate il fuoco. Attualmente sono circa 300 i militari dell'Ua presenti nel Darfur: si punta ad arrivare a tremila. Verrà inoltre istituita una commissione d'inchiesta che faccia luce sulle responsabilità del governo sudanese nei gravi abusi subiti dai civili. E che determini, in sostanza, se la definizione di "genocidio" data da Washington alla crisi sia da ritenersi ammissibile, con tutte le conseguenze che questa potrebbe comportare secondo le convenzioni internazionali.

Alla scadenza dei 30 giorni sarà il segretario generale dell'Onu Kofi Annan, a fare rapporto al Consiglio sulla situazione e, eventualmente, sulla necessità di imporre sanzioni nei confronti di Khartum. I colloqui di pace tra il governo e i due principali gruppi ribelli, collassati ieri dopo tre settimane di stallo e accuse reciproche, dovrebbero riprendere tra un mese. Il ministro degli Esteri sudanese, Mustafa Osmane Ismail ha indicato il 10 ottobre come possibile data. Durante questa interruzione l'Ua si è impegnata a proseguire i negoziati tra le parti e con i partner internazionali che hanno seguito gli sviluppi della crisi.

A un certo punto, nella serata di venerdì, si era temuta la rottura definitiva. In particolare i rappresentanti di Khartum avevano accusato gli Stati Uniti di aver "avvelenato" i negoziati, aizzando i ribelli a non accettare compromessi e additando come unico responsabile della crisi umanitaria in corso il governo.
La replica di Washington non si era fatta attendere, con il portavoce aggiunto del Dipartimento di Stato Adam Ereli che negava che "la determinazione americana" avesse avuto un "impatto negativo" sui colloqui.

Uno spiraglio sembra comunque essersi aperto ieri, con il governo di Khartum che ha espresso il suo "fermo impegno" a trovare una soluzione politica al conflitto durante un incontro tra Ismail e il ministro degli Esteri spagnolo Miguel Angel Moratinos.

Avvenire 19/09/04


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