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L'Onu: "Sudan
mandante dei crimini nel Darfur"
Il governo di Khartum orchestra ancora i massacri. Un rapporto di sei
esperti condanna il regime di al-Bashir e chiede al Consiglio di sicurezza
di varare "misure urgenti" per proteggere i civili. Resta sempre
in sospeso l'idea di una forza di interposizione dell'Ua. I vertici sudanesi
non sono mai andati oltre un "sì" di principio, mai tramutatosi
in realtà.
Paolo M. Alfieri
"Il governo del Sudan ha
chiaramente fallito nel suo compito di proteggere la popolazione del Darfur
da crimini compiuti su larga scala. Ha anzi esso stesso orchestrato questi
crimini, partecipando anche alla loro esecuzione". L'ennesimo durissimo
atto d'accusa contro il regime sudanese in relazione al conflitto in corso
nel Darfur è giunto ieri a Ginevra all'attenzione del Consiglio
per i diritti umani delle Nazioni Unite. Autori di un dettagliato rapporto,
lungo trentacinque pagine, sono sei diplomatici ed esperti di diritti
umani, appositamente incaricati lo scorso dicembre dallo stesso Consiglio
nel corso di una sessione di emergenza sul Darfur, chiesta dall'allora
Segretario generale Kofi Annan.
"La situazione del Darfur è caratterizzata da gravi e sistematiche
violazioni dei diritti umani e delle leggi internazionali", si legge
nel documento, che chiama in causa il Consiglio di sicurezza delle Nazioni
Unite, perché intraprenda "misure urgenti" sia per quanto
riguarda la protezione dei civili che per il dispiegamento di un contingente
di peace-keeping nella regione. "Dovrebbero essere pienamente applicate
tutte le risoluzioni adottate dal Consiglio di Sicurezza dell'Onu e dal
Consiglio per la pace e la sicurezza dell'Unione africana - scrivono gli
esperti - comprese quelle che impongono il divieto di circolazione e il
congelamento dei beni e delle risorse economiche di quanti commettono
tali violazioni".
La squadra che ha redatto il rapporto, guidata dal premio Nobel per la
pace Jody Williams, non ha ottenuto da Khartum i visti necessari per l'accesso
nel Darfur. Nonostante ciò gli esperti hanno compiuto diverse missioni
nel Ciad, dove sono accampati oltre duecentomila dei due milioni di profughi
fuggiti dalle violenze in corso ormai da quattro anni nell'Ovest del Sudan.
"Il principale schema adottato nella regione è quello di una
violenta campagna di contro-guerriglia lanciata dal governo del Sudan
in collaborazione con le milizie janjaweed, che colpiscono soprattutto
i civili", si legge ancora nel documento, che cita anche gli abusi
compiuti dalle forze ribelli locali. Il governo di Khartum viene peraltro
accusato di arresti e detenzioni arbitrarie, nonché di aver fatto
ricorso all'arma dello stupro di massa.
Sulla base del rapporto reso pubblico ieri, i membri europei del Consiglio
per i diritti umani, organismo creato lo scorso anno e composto dai rappresentanti
di quarantasette Stati, starebbero preparando una mozione di censura contro
il Sudan, ma il provvedimento potrebbe essere bloccato da diversi Paesi
africani e arabi. Appena due settimane fa la drammatica situazione della
regione sudanese è stata tratteggiata con toni simili dal procuratore
della Corte penale internazionale, che ha chiesto l'incriminazione dell'ex
segretario di Stato agli Interni del governo sudanese, Ahmed Haroun, e
di un capo janjaweed, Ali Kosheib, per le loro responsabilità nei
crimini commessi nella regione. Khartum, andando contro ogni rapporto
internazionale, continua a negare però ogni responsabilità
nella crisi in corso, i cui numeri (oltre duecentomila morti) sarebbero
"ingigantiti dai media occidentali".
Qualche giorno fa è stato lo stesso segretario generale delle Nazioni
Unite, Ban Ki-moon, a chiedere con una lettera al presidente sudanese,
Omar Hassan al-Bashir, di accettare una forza internazionale nel Darfur.
Il piano prevede una missione "ibrida" di ventimila uomini gestita
in maniera congiunta dall'Onu e dall'Unione africana. L'uomo forte di
Khartum non è mai andato oltre un "sì di principio"
alla proposta delle Nazioni Unite. Diversa la posizione di Salva Kiir
Mayardit, vice-presidente e leader del movimento sudista Splm, che si
è unito alla richiesta della comunità internazionale per
l'invio rapido di una forza di pace nel Darfur. Ma è il parere
di al-Bashir a contare, e attualmente, da parte sua, sembra non ci siano
aperture in vista.
Avvenire 13/03/07
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