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Darfur, Annan
costretto a passare al "piano B"
Nazioni Unite, Unione africana, Europa, Usa e Lega araba al summit
di Addis Abeba per trovare una soluzione alla drammatica crisi. Il governo
sudanese continua a impedire il dispiegamento dei 20mila caschi blu. Il
segretario generale pensa ora a un ampliamento dell'attuale contingente
africano. "Accettata l'ipotesi di una forza mista Onu-Ua". Alta
la tensione: accuse ai miliziani fedeli a Khartum di aver ucciso 50 persone
in un raid.
Paolo M. Alfieri
E' un percorso in tre fasi quello
discusso ieri in un summit ad alto livello - tenutosi nella capitale etiopica
Addis Abeba - sul destino del Darfur, la regione occidentale del Sudan
devastata da oltre tre anni e mezzo di guerra civile. Alla presenza del
segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, rappresentanti di Unione africana,
Unione europea, Stati Uniti, Cina, Russia e Lega araba si sono confrontati
con il governo di Khartum sulla situazione in corso nella regione, cercando
una via d'uscita da un conflitto che ha già causato oltre duecentomila
vittime e più di due milioni di sfollati.
Tenuto conto dell'opposizione dell'esecutivo sudanese al dispiegamento
sul terreno di ventimila caschi blu dell'Onu (decisione adottata dal Consiglio
di sicurezza a fine agosto ma mai implementata), Annan ha presentato un
"piano B" in tre punti che prevede innanzitutto un rafforzamento
sostanziale della missione militare dell'Unione africana (Ua), il cui
mandato è in scadenza a fine dicembre.
Ai settemila uomini presenti nel Darfur dovrebbero andare ad aggiungersi
altri quattromila soldati. Il nuovo contingente verrebbe inoltre dotato
di mezzi ed equipaggiamento adeguati, visto che finora proprio la mancanza
di risorse sufficienti ha di fatto impedito ai militari dell'Ua di vigilare
sulla tregua (teoricamente) in vigore tra Khartum (che controlla le sanguinarie
milizie arabe janjaweed) e i ribelli. Il finanziamento della missione
dovrebbe aggirarsi sui 77 milioni di dollari, divisi in due tranche (la
prima di 22 milioni).
Successivamente, nelle intenzione dell'Onu, il piano prevede di affiancare
sul terreno alla missione dell'Ua "diverse centinaia" tra poliziotti
e militari delle Nazioni Unite. Un passo che dovrebbe poi portare, in
una terza fase, alla creazione di una forza ibrida Onu-Ua, sotto il "comando
sostanziale" del Palazzo di Vetro.
Fonti delle Nazioni Unite si sono dette ottimiste sul fatto che il piano
possa presto ottenere il via libero da parte del regime di Omar Hassan
el-Beshir, ma il ministro degli Esteri sudanese, Lam Akol, si è
mostrato ieri molto cauto, sostenendo che Khartum non accetterà
alcun ultimatum dalla comunità internazionale. Ma, in tarda serata,
Annan ha annunciato che l'invio in Darfur di un contingente misto Ua-Onu,
"è stato accettato da Khartum in linea di principio".
Il segretario generale dell'Onu ha però precisato che non c'è
ancora accordo sulle dimensioni del contingente né sul comando
di esso.
Sul terreno, peraltro, la situazione resta sempre tesissima. I ribelli
hanno accusato ieri le truppe governative e i janjaweed di aver ucciso
più di cinquanta persone, tra le quali donne e bambini, durante
un raid compiuto due giorni fa nella zona di Deir Mezza. Uno dei leader
ribelli, Abdel Wahed al-Nur, ha dichiarato che l'esercito ha spianato
la strada all'attacco dei miliziani arabi con l'utilizzo di aerei da combattimento,
e che l'assalto rappresenta "un'escalation massiccia da parte dell'esecutivo"
alla quale i ribelli risponderanno con forza. Un portavoce delle truppe
regolari ha successivamente negato che l'esercito abbia preso parte ad
attacchi di alcun tipo a Deir Mezza, sostenendo che quanto riportato dai
ribelli è "falso al 100%".
L'assenza di condizioni di sicurezza ha anche costretto il responsabile
delle operazioni umanitarie delle Nazioni Unite, Jan Egeland, a rinunciare
ad una visita programmata di tre giorni nei campi per rifugiati della
regione. Egeland si fermerà così solo ad el-Geneina, capitale
del Darfur occidentale, dove incontrerà autorità locali
e personale delle organizzazioni umanitarie. Le quali, peraltro, denunciano
l'isolamento totale di migliaia di profughi, rimasti da tempo senza aiuti.
Ancora ieri Medici senza frontiere ha ribadito in un comunicato che gli
attacchi dei gruppi armati impediscono ad esempio l'accesso nella regione
di Yebel Mun, a nord della stessa el-Geneina.
Avvenire 17/11/06
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La "regionalizzazione"
L'effetto domino: militari al confine con il Ciad
Il conflitto nel Darfur rischia di innescare un pericoloso effetto domino
in Ciad. Il governo di N'Djamena, che fronteggia movimenti ribelli sospettati
di essere sostenuti da Khartum, ha proclamato pochi giorni fa lo stato
d'emergenza soprattutto a causa delle frequenti incursioni nel suo territorio
di milizie arabe sudanesi. A sua volta l'esecutivo di Khartum accusa N'Djamena
di appoggiare i ribelli del Darfur.
Sono oltre duecentomila i profughi del Darfur che hanno trovato rifugio
in territorio ciadiano. Per evitare un'ulteriore escalation di violenza,
il ministro degli Esteri francese, Philippe Douste-Blay, ha proposto nei
giorni scorsi il dispiegamento di una forza internazionale al confine
tra i due Paesi. Una proposta accolta favorevolmente dal vice-presidente
sudanese, Ali Othman Mohammed Taha, il quale ha però precisato,
secondo quanto riferito dall'agenzia Misna, che Khartum preferirebbe "truppe
bilaterali e africane". Anche N'Djamena si è detta disponibile
a una missione congiunta con il Sudan, e ha chiesto il sostegno logistico
dell'Unione africana.
Da parte sua il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, ha sottolineato
l'importanza di "assicurare la protezione dei profughi, riducendo
al minimo il rischio di attacchi sanguinosi transfrontalieri". Da
New York il responsabile delle operazioni di peace-keeping del Palazzo
di Vetro, Jean-Marie Guehenno, ha annunciato per la prossima settimana
una missione Onu in Ciad. Una missione che era già stata programmata
per la fine di ottobre, ma proprio la crescente instabilità dell'area
aveva costretto al rinvio. (P.M.Al.)
Avvenire 17/11/06 |