L'Onu in Darfur forza la mano: sì ai caschi blu

Ma il regime Khartum continua ad opporsi. Dubbi sul dispiegamento dei 22.500 uomini. Dopo le pressioni Usa, il Consiglio di sicurezza approva la risoluzione. Astenute Cina e Russia.

Paolo M. Alfieri

Sospetti, accuse, provocazioni, compromessi. Complicata, negli ultimi giorni, la partita diplomatica giocata sul Darfur. Fino al rush finale, il voto di ieri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha approvato l'invio dei caschi blu nella regione occidentale del Sudan. Approvazione di principio, per ora. Importantissima per evidenziare il rinnovato interesse della comunità internazionale verso un angolo d'Africa devastato da tre anni di guerra civile. Ma sostanzialmente inefficace, almeno fino a quando Khartum, che ha già dichiarato "illegale" il provvedimento, non darà il suo benestare al dispiegamento delle truppe Onu.
Spinta dal sostegno di Gran Bretagna e, soprattutto, Stati Uniti, la risoluzione ha avuto il via libera con dodici voti a favore e tre astensioni. Quella del Qatar, solidale, in quanto Paese arabo, con il regime di Hassan el-Beshir, e quelle di Russia e Cina, le quali, forti dei loro rapporti commerciali con il Sudan, avevano spesso minacciato di porre il veto e bloccare, così, le decisioni del Palazzo di Vetro sulla crisi.
Attualmente nella regione sudanese sono schierati 7mila militari dell'Unione africana (Ua), con il compito di monitorare un cessate il fuoco di fatto mai rispettato. Il dispiegamento dei caschi blu (circa 22.500 uomini) dovrebbe partire il primo ottobre, alla scadenza del mandato dell'Ua, che non ha più i mezzi per proseguire oltre la sua missione. Le truppe dell'Onu, secondo quanto recita la risoluzione, saranno autorizzate a "usare tutti i mezzi necessari" (e quindi ricorrere, eventualmente, alla forza) per prevenire violazioni degli accordi di pace tra l'esercito sudanese e i ribelli e proteggere i civili dalle violenze, (segnatamente dai raid delle milizie arabe filo-governative dei janjaweed).
Il mandato prevede, inoltre, il monitoraggio dei gruppi armati, specialmente nelle zone di confine con il Ciad - dove sono rifugiate 180mila delle oltre due milioni di persone fuggite dal Darfur - , programmi di disarmo e il coordinamento del ritorno dei profughi ai propri villaggi.
Misure che hanno come obiettivo ambizioso il ritorno alla normalità, ad una pace "vera", considerato che, nonostante l'accordo di maggio tra il governo e il principale gruppo ribelle, la situazione della sicurezza è in netto peggioramento, tanto che anche le agenzie umanitarie hanno dovuto ridurre il loro operato a favore dei civili. La risoluzione rischia, però, di restare sulla carta. El-Beshir, infatti, non sembra avere alcuna intenzione di autorizzarne l'applicazione. L'intervento dei caschi blu, per il regime sudanese, si traduce in una "occupazione straniera" inaccettabile. Che potrebbe addirittura portare all'arresto per "crimini di guerra" di funzionari del regime indagati dalla Corte penale internazionale dell'Aja.
Difficile capire come lo stallo possa essere sbloccato. Anche perché, nel frattempo, le violenze sul terreno non accennano a fermarsi. Ancora ieri i ribelli hanno accusato l'esercito di aver lanciato una nuova offensiva, culminata con l'occupazione di Kulkul, centro a 35 Km dalla principale città del Nord Darfur, el-Fasher. "Bisogna muoversi immediatamente per arrestare la tragedia in corso", ha ribadito l'ambasciatore Usa all'Onu, John Bolton. Da Khartum, per ora, nemmeno segnali di fumo.


Avvenire 01/09/06

 



Le tappe della crisi

La crisi nel Darfur, la regione sudoccidentale del Sudan, scoppia nel febbraio del 2003, quando gruppi locali - i due principali sono il Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Jem) e il Movimento di liberazione del Sudan (Slm) - imbracciano le armi per difendersi dall'esercito e dalle milizie arabe janjaweed. Gli scontri si susseguono nonostante la firma di una tregua. Nel giugno 2004 gli Stati Uniti definiscono "genocidio" il conflitto in corso: le vittime sono già 30mila. Due mesi dopo Khartum accetta l'arrivo nella regione di un primo contingente militare dell'Unione africana. La drammatica crisi umanitaria si trascina nella sostanziale inerzia della comunità internazionale. Un rapporto di una commissione internazionale nominata dall'Onu, diffuso il 31 gennaio 2005, stabilisce che nel Darfur non è in corso un genocidio, ma punta comunque l'indice sui "crimini contro l'umanità" compiuti nella regione. Il 29 marzo l'Onu impone al governo sudanese l'embargo sulle armi e, due giorni dopo, deferisce alla Corte penale internazionale (Cpi) 51 personaggi. Solo il 3 febbraio 2006 l'Onu invita a elaborare un piano per il trasferimento alle Nazioni Unite della missione dell'Unione africana. La proposta è caldeggiata dagli Usa, mentre Khartum minaccia ritorsioni. Le vittime del conflitto sono salite a 200mila, i profughi sono oltre due milioni, 180mila dei quali in Ciad. (P.M.Al.)



Avvenire 01/09/06

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