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Il Darfur muore
L'Oms: "Nei campi profughi diecimila vittime ogni mese". L'Onu:
"Necessari maggiori fondi". Non si fermano le violenze, mancano
cibo e medicinali. Condizioni igieniche estreme e grave sovraffollamento
di Paolo
M. Alfieri
Muoiono per mancanza d'acqua, di cibo, di medicinali. Muoiono di polmonite
e di epatite, di influenza e di diarrea. Muoiono per l'affollamento nei
campi di accoglienza, per le condizioni igieniche inadeguate quando non
inesistenti. E per le violenze, le ferite, gli stupri selvaggi durante
gli assalti che li mettono in fuga, lontano dalle loro case, dalle terre
in cui sono cresciuti. Sono i profughi del Darfur, più di un milione
di persone che da diciotto mesi non sanno più cosa voglia dire
"sicurezza" o "futuro".
Duecentomila di essi hanno trovato rifugio nel vicino Ciad, gli altri
si accalcano nei campi allestiti nelle tre provincie della regione occidentale
del Sudan. Secondo un rapporto dell'Organizzazione mondiale della Sanità
(Oms) ne muoiono oltre 10mila al mese, con un tasso di mortalità
sette volte maggiore rispetto a qualsiasi altra popolazione di una regione
povera dell'Africa. Dati sconvolgenti ancor più perché
incompleti, visto che a causa del caos che regna nella regione gli esperti
dell'Oms non hanno potuto raggiungere numerose aree.
Khartum continua ostinatamente a negare di aver mai appoggiato i miliziani
arabi janjaweed. Addirittura ha più volte sostenuto che non
siano essi gli autori delle scorribande di morte nei villaggi delle popolazioni
locali. Eppure proprio quest'ultima indagine prova che il 15% dei decessi
è legato ai raid dei "diavoli a cavallo". E dimostra
come in molti casi essi abbiano agito unitariamente all'esercito regolare
sudanese.
C'è poi un'altra, atroce, vicenda sulla quale solo ora stanno emergendo
particolari sconvolgenti. Secondo il quotidiano tedesco Die Welt, nello
scorso giugno il governo sudanese avrebbe infatti concesso alla Siria
di "testare" armi chimiche sulla popolazione del Darfur.
Tracce di ustioni relative all'impiego di queste armi sono state infatti
rilevate su decine di vittime. Mentre un numero imprecisato di cadaveri
congelati, secondo alcuni testimoni, sarebbe stato trasportato in un ospedale
di Khartum, verosimilmente per effettuare analisi dettagliate sui "risultati"
dell'operazione.
Il governo ha poi sbandierato l'istituzione di 12 "aree sicure"
nel Darfur come un concreto passo in avanti nella protezione dei civili.
Eppure numerose organizzazioni umanitarie hanno bollato l'iniziativa come
una paravento dietro al quale celare la "segregazione" vera
e propria di interi gruppi etnici. Una sorta di riedizione di quei "villaggi
della pace" nel quale vennero confinati migliaia di sudanesi "non
graditi" nelle aree a ridosso dei Monti Nuba, nel Sud del Paese.
Lo stallo nei colloqui di pace sta condizionando pesantemente anche
gli aiuti umanitari. Proprio ieri il ministro degli Esteri inglese
Jack Straw ha sottolineato che "sul tavolo ci sono 400 milioni di
euro", ma che "i pagamenti sono sospesi fino a quando il governo
del Sudan non troverà un accordo che assicuri la pace". Difficile
comunque stabilire con esattezza a quali fondi Straw si riferisca, visto
che ancora due giorni fa l'Ufficio per gli Affari umanitari delle Nazioni
Unite (Ocha) annunciava che dei 722 milioni di dollari necessari per l'emergenza
Darfur, solo 288 milioni erano stati effettivamente offerti dai donatori.
Straw ha anche riferito della volontà dell'Unione europea di aderire
alla richiesta del segretario generale dell'Onu Kofi Annan su una commissione
d'inchiesta (l'ennesima) che valuti le accuse di violazioni dei diritti
umani nella regione. Un'inchiesta che, nelle parole del portavoce di Annan,
Fred Eckhard, di certo "non potrebbe concludersi entro poche settimane".
Tempi lunghi, dunque. Con l'unica certezza dei diecimila morti tra
i civili. Al mese.
Avvenire 15/09/04
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