|
Dal vertice
in Libia nuove pressioni sul Sudan
Washington preme su Khartum: accetti il dispiegamento di una missione
Onu-Ua oppure scatteranno nuove sanzioni
Paolo M. Alfieri
Si è aperto ieri in Libia
un nuovo round negoziale sulla situazione in corso nel Darfur, la regione
sudanese dove da quattro anni si fronteggiano in un drammatico conflitto
l'esercito regolare, le milizie arabe filo-governative janjaweed e gruppi
ribelli locali. Il meeting diplomatico, che si concluderà stasera,
vede la partecipazione, tra gli altri, del ministro degli Esteri sudanese
e di rappresentanti di Stati Uniti, Unione africana (Ua), Onu, Unione
europea, Gran Bretagna e Ciad.
Nei giorni scorsi Washington ha nuovamente intimate a Khartum di accettare
il dispiegamento nel Darfur di una missione congiunta Onu-Ua, minacciando
altrimenti l'imposizione di dure sanzioni. La missione, che prevede l'invio
di 15mila uomini in aggiunta ai 7mila militari Ua già sul terreno,
è stata autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell'Onu lo scorso
agosto, ma il Sudan non ha mai dato l'autorizzazione necessaria al dispiegamento.
Solo di recente il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir ha dato un
via libera "di principio" allo stanziamento di 3.500 uomini.
Da segnalare che proprio ieri l'Egitto ha dato ampia disponibilità
per il dispiegamento di 1.000 suoi militari, e di un numero ancora maggiore
se le condizioni sul terreno lo consentiranno.
Stati Uniti e Gran Bretagna avrebbero già preparato una nuovo progetto
di risoluzione da presentare al Consiglio di sicurezza nel caso in cui
Khartum continuasse a opporsi alla missione. Tra le misure previste rientrerebbero
l'embargo di armi e il congelamento dei beni di funzionari governativi
sudanesi sospettati di essere coinvolti nel conflitto. Il Consiglio di
sicurezza, all'interno del quale il Sudan può contare sul sostegno
della Cina, appare comunque ancora diviso sul testo.
La Libia, contraria all'imposizione di sanzioni contro Khartum, spera
di ottenere risultati significativi dal summit in corso. Fonti diplomatiche
hanno riferito che Khartum si sarebbe impegnata a concedere una tregua
di due mesi al Fronte di salvezza nazionale, la formazione che raggruppa
i gruppi ribelli darfuriani. Questi ultimi, dal canto loro, hanno fatto
intravedere segnali di apertura per la ripresa del dialogo. Funzionari
sudanesi hanno inoltre annunciato la costituzione di un'autorità
regionale che stanzierà e gestirà nuovi fondi a favore degli
sfollati.
Difficile capire se questi primi passi verso la stabilizzazione saranno
seguiti a breve da ulteriori progressi, indispensabili per placare una
guerra sanguinosa che ha già causato 350mila morti e 2 milioni
di sfollati. "E' necessaria una soluzione politica, in particolare
nei confronti dei janjaweed, che non potranno essere disarmati dai peace-keepers
- osserva Alex de Waal, analista dell'Università di Harvard - Per
raggiungere questo obiettivo è necessaria una svolta politica da
parte del Sudan".
Khartum ha sempre negato ogni connessione con i feroci miliziani, nonostante
numerosi rapporti stilati da organizzazioni internazionali abbiano evidenziato
il supporto governativo fornito al gruppo arabo. Anche per quanto riguarda
il numero delle vittime del conflitto, il regime sudanese mantiene un
atteggiamento negazionista, affermando che la guerra ha causato soltanto
9mila morti.
Ancora quattro giorni fa membri del contingente Ua nel Darfur hanno denunciato
crimini molto gravi, come saccheggi e stupri, commessi sui civili da parte
dei guerriglieri, contro i quali però non è stata presa
nessuna iniziativa da parte delle autorità sudanesi. "Le milizie
arabe agiscono indisturbate nell'area sotto la nostra responsabilità",
ha riferito il maggiore Harry Soko all'Alto Commissario per i profughi
dell'Onu, Antonio Guterres, in visita nella regione, precisando che attualmente
la zona più colpita dalle violenze è quella nei dintorni
di Sirba, circa 45 chilometri a nord da el-Geneina, capitale del Darfur
occidentale.
Avvenire 29/04/07
|
|