Darfur,
Khartum pronta alla "guerra"
Dai vertici dell'esercito dichiarazioni di forza: "Non abbiamo paura,
affronteremo i nemici". Gravi accuse all'Eritrea: "Appoggia i
ribelli del governo centrale"
di Paolo M. Alfieri
"Una dichiarazione di guerra al Sudan e al suo popolo". Suona
come una chiamata alle armi l'affermazione del generale Mohamed Beshir
Suleiman, portavoce delle forze armate sudanesi, riguardo l'ultimatum
lanciato dalle Nazioni Unite a Khartum per porre fine alle violenze in
corso nella regione del Darfur.
"L'esercito sudanese è pronto ad affrontare i nemici per
terra, mare ed aria". Il tono è risoluto. Energico. È
il tono di chi è convinto che quei 30 giorni fissati dal Consiglio
di sicurezza dell'Onu siano in realtà solo "un periodo di
preparazione" per una guerra già decisa contro il Sudan. Un
conto alla rovescia che nessuna azione del governo di Khartum sarà
in grado di arrestare.
Il presidente sudanese Omar al-Bashir, stranamente "silenzioso"
negli ultimi giorni, non ha confermato se le dichiarazioni di Suleiman
rispecchino la posizione ufficiale del governo. Quel che sembra emergere
è piuttosto il sorgere di un dibattito in seno agli uomini che
detengono il potere nel Paese. Negli ultimi giorni generali e ministri
hanno rilasciato numerose dichiarazioni, in alcuni casi anche discordanti
tra loro.
Il ministro degli Esteri Mustafa Osman Ismail, che aveva condannato l'ultimatum
salvo tornare poi sui suoi passi, sembra aver cambiato nuovamente atteggiamento.
Ismail ha dichiarato che Khartum ha già fatto molto per disarmare
le milizie arabe Janjaweed - responsabili degli attacchi contro i
civili in fuga - e che il termine dei 30 giorni non è conforme
agli accordi stipulati un mese fa dal governo sudanese con il segretario
generale delle Nazioni Unite Kofi Annan. Accordi che davano a Khartum
90 giorni di tempo per fermare le scorribande di morte dei "diavoli
a cavallo".
Più conciliante la posizione dell'ambasciatore sudanese presso
l'Unione Africana, Osman al Said: "Ovviamente non siamo felici
della risoluzione Onu, ma faremo del nostro meglio per risolvere la crisi".
Lo stesso Said non ha comunque rinunciato a una stoccata contro un presunto
complotto orchestrato da non meglio precisati "nemici" ai danni
del Sudan: "Se fallissimo non esiterebbero a colpirci", è
stata la sua conclusione.
Accuse più precise sono arrivate dal governatore dello stato sudanese
orientale di Kassala, il generale Faruq Hassan Mohamed Nur, che ha denunciato
un appoggio dell'Eritrea ai due principali gruppi ribelli che si oppongono
al governo centrale, il Movimento per la liberazione del Sudan (Mls) e
il Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Jem). In particolare
Asmara avrebbe sostenuto i ribelli nell'addestramento delle truppe
e, soprattutto, facilitato l'alleanza del Jem con un altro gruppo ribelle
- che avrebbe la sua "base" nell'Est del Paese - durante un
incontro tenutosi in Eritrea due settimane fa.
Le sanzioni minacciate dalla risoluzione Onu hanno inoltre creato tensioni
tra gli Stati Uniti e i suoi alleati da una parte e i governi arabi dall'altra.
Questi ultimi infatti sembrano non avvertire lo stesso senso di urgenza
imposto dagli Usa per risolvere la crisi del Darfur. Il ministro degli
Esteri egiziano Ahmed Aboul Gheit, che lo scorso sabato ha visitato la
regione, ha sottolineato che parlare di "genocidio" (come ha
fatto il Congresso americano) o di "pulizia etnica" è
pura esagerazione. "Non credo si possa parlare di gravi violazioni
dei diritti umani e di massacri" ha detto Gheit, in aperto contrasto
con la posizione ufficiale assunta dalle Nazioni Unite e da numerose organizzazioni
umanitarie.
Gheit si è poi detto "ottimista" sul fatto che l'articolo
41 - la norma sul quale ha fatto leva il Consiglio di sicurezza dell'Onu
nella minaccia di misure economiche e diplomatiche contro Khartum - non
verrà applicato. E "sicuro" che lavorando di comune accordo
"la crisi si potrà superare".
Contro un intervento militare in Sudan si è espresso il segretario
generale della Lega Araba, Amr Moussa, il quale ha definito "inaccettabile"
un'eventuale operazione che portasse sul territorio "soldati provenienti
da migliaia di chilometri distanza, magari da Paesi ostili agli arabi".Una
dichiarazione che fa il paio con quella lanciata qualche giorno fa dal
ministro degli Esteri sudanese Ismail, che ha promesso al mondo, nel
caso di un "ingerenza" militare straniera in Sudan, "un
nuovo Iraq".
Avvenire 03/08/04
|