Darfur,
tra i profughi è paura per l'epatite
Il presidente sudanese accusa: "L'Occidente vuole il nostro petrolio".
Sì dei ribelli per i colloqui di pace
di Paolo M. Alfieri
Sono sempre più preoccupanti le condizioni di vita nei campi profughi
allestiti dalla Nazioni Unite nel Darfur, la regione occidentale del Sudan
martoriata da oltre un anno di guerra civile. L'Organizzazione mondiale
della sanità ha confermato ieri una notizia lanciata dall'agenzia
Misna, secondo la quale negli ultimi giorni almeno 22 persone sono morte
di epatite E in una zona del Darfur occidentale.
Il pericolo che l'epidemia possa diffondersi velocemente è dietro
l'angolo, soprattutto a causa delle scarsissime condizioni igieniche dei
campi e della diffusa malnutrizione che affligge migliaia di profughi.
Sul fronte degli aiuti, Nuova Delhi, "fortemente preoccupata per
l'emergenza in corso", ha annunciato ieri che invierà nella
regione 20 mila tonnellate di frumento. Numerosi esponenti politici hanno
inoltre espresso il loro apprezzamento per il leader libico Muammar Gheddafi,
che ha annunciato l'apertura nel proprio territorio di un corridoio umanitario
in direzione del Darfur. Il commissario straordinario della Croce Rossa
Italiana, Maurizio Scelli, ha già messo a disposizione la propria
organizzazione per una missione in soccorso dei profughi.
Intanto, dopo giorni di silenzio, dopo i comunicati e gli annunci lanciati
dai suoi collaboratori, ieri è stato il presidente sudanese Omar
Hassan al-Bashir a irrompere sulla gravissima crisi in corso. "Il
piano dell'Occidente è quello di impadronirsi dell'oro e del petrolio
della regione.
L'alto livello di vita di cui godono Europa e Stati Uniti è il
frutto delle razzie compiute nelle colonie", ha detto spavaldo.
Il tono forte, dal sapore nazionalista, è servito ad al-Bashir
per respingere al mittente le critiche rivolte dalla comunità internazionale
al suo governo, accusato di appoggiare le milizie arabe janjaweed,
responsabili di atroci raid di sangue nei confronti delle popolazioni
del Darfur. "Accuse senza fondamento", sottolineava ancora ieri
il portavoce dell'esercito, quel generale Muhammad Bashir Suleiman che
pochi giorni fa sfidava il mondo annunciando che il Sudan è pronto
a difendersi militarmente da qualsiasi attacco.
Dai due gruppi ribelli che combattono il governo di Khartum - il Movimento
di liberazione del Sudan (Sla) e il Movimento per la giustizia e l'uguaglianza
(Jem) - è intanto arrivata la conferma della loro partecipazione
ai prossimi colloqui di pace che partiranno il 23 agosto in Nigeria. Bahar
Idriss Abu Garda, segretario generale del Jem, ha espresso comunque alcune
rimostranze sulla scelta della data, che cade negli stessi giorni in cui
rappresentanti del gruppo ribelle avrebbero dovuto presenziare ad una
conferenza in Germania. Lo stesso Sla ha criticato il fatto di essere
stato avvertito sulla data dei colloqui con un margine ristretto di tempo.
Da Addis Abeba, Assane Ba, responsabile delle comunicazioni del Dipartimento
per la pace e la sicurezza dell'Unione Africana (Ua), ha confermato la
disponibilità espressa da diversi Paesi del continente nero all'invio
di truppe nel Darfur: "Tanzania, Nigeria, Sudafrica, Ghana, Senegal
e Mali contribuiranno con i loro soldati al monitoraggio dei nostri osservatori
sul rispetto del cessate il fuoco". Un primo contingente di circa
300 uomini, messo a disposizione da Ruanda e Nigeria, arriverà
nella regione già alla fine di questa settimana, utilizzando mezzi
militari forniti dall'Olanda.
Avvenire 13/08/04
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