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L'Onu: processo
per fare giustizia sul Darfur.
Il procuratore della Corte penale ha presentato le prove dell'inchiesta
Nel mirino un ministro del regime di Khartum e il capo delle milizie Per
produrre la documentazione, il titolare delle indagini ha compiuto 70
missioni in 17 Paesi interrogando decine di persone e raccogliendo i racconti
di centinaia di vittime.
Paolo M. Alfieri
Uno era il braccio, l'altro la
mente. Il primo, il "colonnello dei colonnelli", guidava sul
terreno la carica dei miliziani arabi janjaweed. Il secondo, dal suo scranno
di Khartum, aveva "tutto il potere e l'autorità per uccidere
o perdonare chiunque nel Darfur". Sono loro, Ali Kosheib (nome di
battaglia di Ali Mohamed Ali) e Ahmed Haroun, ex segretario di Stato agli
Interni, oggi responsabile degli Affari umanitari, i primi due accusati
di crimini di guerra e contro l'umanità in relazione al conflitto
che da quattro anni insanguina la regione occidentale del Sudan.
In base alle prove raccolte negli ultimi venti mesi dalla Corte penale
internazionale (Cpi) dell'Aja, i due "hanno agito insieme, e con
altri, con il comune proposito di condurre attacchi contro le popolazioni
civili". Il procuratore, l'argentino Luis Moreno-Ocampo, li accusa
di ben 51 capi di imputazione, particolarmente in riferimento al periodo
fra l'agosto del 2003 e il marzo del 2004. Persecuzioni, omicidi, torture,
stupri. Il campionario delle violenze è quanto mai vario. Per mettere
insieme le prove necessarie la procura ha compiuto oltre settanta missioni
in diciassette diversi Paesi, interrogando decine di testimoni, raccogliendo
i racconti e le lacrime di centinaia di vittime.
Altri responsabili di crimini altrettanto efferati di quelli commessi
da Ali Kosheib e Ahmed Haroun verranno riportati alla Corte quanto prima,
ha lasciato intendere la procura, che indaga sul Darfur dal giugno del
2005 su incarico del Consiglio di sicurezza dell'Onu. Nel 2003 Haroun
era responsabile del "Darfur security desk", e aveva il compito
di coordinare il reclutamento e il finanziamento delle milizie filo-governative
janjaweed. Milizie di cui Khartun nega, sola contro tutti, di essersi
mai servita per combattere i ribelli nel Darfur. Prima dell'attacco contro
Mukjar, ricorda la Cpi, Ahmad Harun sostenne che "dal momento che
i bambini di Fur erano divenuti ribelli, tutti i Fur e quel che possedevano
erano diventati bottino" dei janjaweed. I quali rispondevano direttamente
ad Ali Kushayb, che aveva dato ordine di "vittimizzare la popolazione
civile".
Le prove illustrate ieri da Moreno-Ocampo, che ha chiesto ai giudici ad
emettere un mandato di comparizione per i due accusati, verranno esaminate
dal tribunale per l'udienza preliminare. Quest'ultimo dovrà poi,
se riterrà le prove sufficienti, chiedere l'estradizione degli
accusati al Sudan o spiccare mandati di arresto internazionali. Difficile
prevedere da ora se le due ipotesi siano effettivamente realizzabili,
ma secondo gli analisti resta, quanto meno, l'importanza delle implicazioni
"politiche" sollevate dalle accuse.
D'altro canto il ministro della Giustizia sudanese, Mohamed Ali al Mardi,
ha ribadito ieri che la Cpi "non ha giurisdizione" per processare
alcun sudanese. Khartum sottolinea da tempo di non aver mai firmato lo
Statuto di Roma che ha istituito la nascita della Corte. D'altra parte,
però la Cpi può intervenire anche nei Paesi non firmatari
in caso di richiesta da parte del Consiglio di sicurezza dell'Onu, come
accaduto proprio per il Darfur.
Il Sudan ha peraltro reso noto che Ali Kushayb sarebbe già in carcere
a Khartum, perchè sospettato di aver violato le leggi sudanesi
nel Darfur. Per la procura della Cpi, però, i processi che il governo
sudanese si accinge ad avviare in patria "non riguardano gli stessi
incidenti o comportamenti oggetto del caso di fronte alla Corte",
la quale considera quindi ammissibile il suo intervento.
Il presidente sudanese Omar Hassan al-Bashir non ha commentato ieri le
decisioni della procura del tribunale dell'Aja (accolte con soddisfazioni
dalle organizzazioni che difendono i diritti umani), ma il suo ostracismo
nei confronti della Corte è noto da tempo. Di recente l'uomo forte
di Khartum ha anche smentito i rapporti internazionali che indicano in
200mila le vittime del conflitto nel Darfur, una stima definita "esagerata"
e abbassata a 9mila vittime. Lo stesso al-Bashir, peraltro, non vuole
saperne del dispiegamento nella regione di ventiduemila caschi blu, come
invece stabilito con una risoluzione dal Consiglio di sicurezza dell'Onu.
Avvenire 28/02/07
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