"Il Darfur diventerà il cimitero dei caschi blu"

Pesante minaccia del presidente sudanese Beshir all'invio di truppe dell'Onu. Le Nazioni Unite condannano il nuovo duro attacco contro i ribelli.

Paolo M. Alfieri

Il presidente sudanese, Omar Hassan el-Beshir è tornato a preoccupare la comunità internazionale con alcune dichiarazioni minacciose relative alla drammatica situazione del Darfur, dove una guerra civile lunga oltre tre anni ha causato duecentomila morti e oltre due milioni di sfollati. Durante un comizio tenuto l'altro ieri nella città di Zeriba, el-Beshir ha "sconsigliato" l'intervento militare delle Nazioni Unite nella regione Occidentale del Sudan. "Non lasceremo mai il Darfur nelle mani di forze internazionali", ha sottolineato il presidente, che ha poi rilanciato dichiarando che la regione diventerebbe un "cimitero" per i caschi blu dell'Onu. "Cosa stanno facendo i militari Occidentali di fronte all'invasione israeliana del Libano e della Palestina, davanti al massacro di donne e bambini?", ha chiesto provocatoriamente el-Beshir. Le Nazioni Unite hanno più volte prospettato negli ultimi mesi la possibilità di un loro intervento di peace-keeping nel Darfur, dove gruppi ribelli ed esercito (appoggiato dai famigerati miliziani janjaweed) continuano a fronteggiarsi militarmente. L'eventuale missione dell'Onu andrebbe a sostituire, o quanto meno ad affiancare, le truppe dell'Unione africana già dispiegate nel Darfur, che hanno il compito di monitorare un cessate il fuoco (rimasto sulla carta) tra le parti. Ancora pochi giorni fa il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, durante un colloquio con il vice-presidente sudanese Salva Kiir Mayardit, ha ribadito la necessità di un intervento delle Nazioni Unite nel Darfur, pur riconoscendo che prima di affrontare un passo simile "c'è ancora molto lavoro da fare". Secondo il giudizio di osservatori indipendenti, i militari dell'Unione africana non sono mai stati in grado di frenare le violenze nella regione, ed è per questo che si ritiene ora "indispensabile" un intervento del Palazzo di vetro. Il 5 maggio scorso una delle fazioni ribelli del Darfur ha sottoscritto un accordo di pace con l'esecutivo di Khartum, ma l'intesa è stata rifiutata dagli altri gruppi, che da allora sono riunite in un'alleanza denominata Fronte di salvezza nazionale (Nrf). Due giorni fa, l'esercito e i miliziani janjaweed hanno attaccato alcune basi dei ribelli a Jabel Moun, area montuosa al confine con il Ciad, e a Kalkul, 35 chilometri a Nord dell'importante città di el-Fasher. I ribelli hanno denunciato i pesanti bombardamenti messi a segno nella zona (anche contro obiettivi civili) dall'esercito, che avrebbe utilizzato durante l'assalto anche alcuni aeroplani Antonov. Le Nazioni Unite e l'Unione africana hanno condannato duramente l'accaduto. In un comunicato congiunto le due organizzazioni si sono dette "profondamente preoccupate" per le ripercussioni del conflitto sulla popolazione, e invitato le parti a "garantire la sicurezza dei civili". Difficile, però, prevedere al momento un allentamento della tensione, visto che peraltro da entrambe le parti in conflitto continuano a giungere minacce bellicose.

Avvenire 30/07/06

 



Ong nel mirino, ucciso un cooperante

La vittima lavorava per un'organizzazione partner della Caritas. L'omicidio è solo l'ultimo di una serie di episodi di violenza.

Paolo M. Alfieri

Un'emergenza nell'emergenza, quella degli attacchi continui che hanno come obiettivo il personale delle tante agenzie umanitarie impegnate nel Darfur. Sono ben quattordicimila, secondo stime delle Nazioni Unite, gli operatori locali e internazionali che prestano soccorso da ormai tre anni nella regione occidentale sudanese. Secondo l'Alto commissariato Onu per i rifugiati, "la situazione della sicurezza nella regione è ultimamente gravemente peggiorata", e questo fattore ha comportato un forte rallentamento nelle attività di soccorso dei profughi. La maggior parte degli operatori umanitari è dispiegata nelle zone dove è più alta la concentrazione di sfollati. Il loro è un lavoro prezioso ma ad alto rischio, tanto che molto spesso gli stessi operatori sono vittime di episodi violenti. Lo scorso 19 luglio un uomo che lavorava per la locale Organizzazione per lo sviluppo sociale del Sudan, ong che svolge diverse attività in cooperazione con la Act-Caritas, è stato ucciso a una decina di chilometri dalla località di Manaweshi. Abdul Bagi Ahmed, questo il nome della vittima, era stato incaricato del trasferimento a Mershing di alcuni membri dello staff dell'ong. Fermato sulla strada del ritorno a Nyala da un gruppo di banditi, è stato assassinato con tre colpi di arma da fuoco. Episodi simili sono sempre più frequenti. L'ultimo è avvenuto nella zona di Djebel Mara, pochi giorni fa, dove uomini armati hanno assalito gli operatori di due ong. Stando a dati delle Nazioni Unite, la mancanza di sicurezza per le agenzie umanitarie fa sì che almeno una su cinque delle persone bisognose di assistenza non venga raggiunta dagli aiuti. Anche all'interno dei campi profughi, peraltro, i rischi dei cooperanti sono sempre maggiori, soprattutto a causa della notevole diffusione di armi (fornite dai ribelli) tra gli stessi sfollati. Una decina di giorni fa, nel campo di Zalengi, alcuni individui hanno assalito e ucciso tre dipendenti di una società idrica e un poliziotto. L'episodio ha portato le organizzazioni internazionali a sospendere momentaneamente tutte le attività umanitarie all'interno del campo, che ospita, in condizioni drammatiche, ben trentacinquemila sfollati.

Avvenire 30/07/06


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