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"Il Darfur
diventerà il cimitero dei caschi blu" Il presidente sudanese, Omar
Hassan el-Beshir è tornato a preoccupare la comunità internazionale
con alcune dichiarazioni minacciose relative alla drammatica situazione
del Darfur, dove una guerra civile lunga oltre tre anni ha causato duecentomila
morti e oltre due milioni di sfollati. Durante un comizio tenuto l'altro
ieri nella città di Zeriba, el-Beshir ha "sconsigliato"
l'intervento militare delle Nazioni Unite nella regione Occidentale del
Sudan. "Non lasceremo mai il Darfur nelle mani di forze internazionali",
ha sottolineato il presidente, che ha poi rilanciato dichiarando che la
regione diventerebbe un "cimitero" per i caschi blu dell'Onu.
"Cosa stanno facendo i militari Occidentali di fronte all'invasione
israeliana del Libano e della Palestina, davanti al massacro di donne
e bambini?", ha chiesto provocatoriamente el-Beshir. Le Nazioni Unite
hanno più volte prospettato negli ultimi mesi la possibilità
di un loro intervento di peace-keeping nel Darfur, dove gruppi ribelli
ed esercito (appoggiato dai famigerati miliziani janjaweed) continuano
a fronteggiarsi militarmente. L'eventuale missione dell'Onu andrebbe a
sostituire, o quanto meno ad affiancare, le truppe dell'Unione africana
già dispiegate nel Darfur, che hanno il compito di monitorare un
cessate il fuoco (rimasto sulla carta) tra le parti. Ancora pochi giorni
fa il presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, durante un colloquio
con il vice-presidente sudanese Salva Kiir Mayardit, ha ribadito la necessità
di un intervento delle Nazioni Unite nel Darfur, pur riconoscendo che
prima di affrontare un passo simile "c'è ancora molto lavoro
da fare". Secondo il giudizio di osservatori indipendenti, i militari
dell'Unione africana non sono mai stati in grado di frenare le violenze
nella regione, ed è per questo che si ritiene ora "indispensabile"
un intervento del Palazzo di vetro. Il 5 maggio scorso una delle fazioni
ribelli del Darfur ha sottoscritto un accordo di pace con l'esecutivo
di Khartum, ma l'intesa è stata rifiutata dagli altri gruppi, che
da allora sono riunite in un'alleanza denominata Fronte di salvezza nazionale
(Nrf). Due giorni fa, l'esercito e i miliziani janjaweed hanno attaccato
alcune basi dei ribelli a Jabel Moun, area montuosa al confine con il
Ciad, e a Kalkul, 35 chilometri a Nord dell'importante città di
el-Fasher. I ribelli hanno denunciato i pesanti bombardamenti messi a
segno nella zona (anche contro obiettivi civili) dall'esercito, che avrebbe
utilizzato durante l'assalto anche alcuni aeroplani Antonov. Le Nazioni
Unite e l'Unione africana hanno condannato duramente l'accaduto. In un
comunicato congiunto le due organizzazioni si sono dette "profondamente
preoccupate" per le ripercussioni del conflitto sulla popolazione,
e invitato le parti a "garantire la sicurezza dei civili". Difficile,
però, prevedere al momento un allentamento della tensione, visto
che peraltro da entrambe le parti in conflitto continuano a giungere minacce
bellicose. Avvenire 30/07/06
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Ong nel mirino, ucciso un cooperante
La vittima lavorava per un'organizzazione partner della Caritas. L'omicidio è solo l'ultimo di una serie di episodi di violenza. Paolo M. Alfieri Un'emergenza nell'emergenza, quella degli attacchi continui che hanno
come obiettivo il personale delle tante agenzie umanitarie impegnate nel
Darfur. Sono ben quattordicimila, secondo stime delle Nazioni Unite, gli
operatori locali e internazionali che prestano soccorso da ormai tre anni
nella regione occidentale sudanese. Secondo l'Alto commissariato Onu per
i rifugiati, "la situazione della sicurezza nella regione è
ultimamente gravemente peggiorata", e questo fattore ha comportato
un forte rallentamento nelle attività di soccorso dei profughi.
La maggior parte degli operatori umanitari è dispiegata nelle zone
dove è più alta la concentrazione di sfollati. Il loro è
un lavoro prezioso ma ad alto rischio, tanto che molto spesso gli stessi
operatori sono vittime di episodi violenti. Lo scorso 19 luglio un uomo
che lavorava per la locale Organizzazione per lo sviluppo sociale del
Sudan, ong che svolge diverse attività in cooperazione con la Act-Caritas,
è stato ucciso a una decina di chilometri dalla località
di Manaweshi. Abdul Bagi Ahmed, questo il nome della vittima, era stato
incaricato del trasferimento a Mershing di alcuni membri dello staff dell'ong.
Fermato sulla strada del ritorno a Nyala da un gruppo di banditi, è
stato assassinato con tre colpi di arma da fuoco. Episodi simili sono
sempre più frequenti. L'ultimo è avvenuto nella zona di
Djebel Mara, pochi giorni fa, dove uomini armati hanno assalito gli operatori
di due ong. Stando a dati delle Nazioni Unite, la mancanza di sicurezza
per le agenzie umanitarie fa sì che almeno una su cinque delle
persone bisognose di assistenza non venga raggiunta dagli aiuti. Anche
all'interno dei campi profughi, peraltro, i rischi dei cooperanti sono
sempre maggiori, soprattutto a causa della notevole diffusione di armi
(fornite dai ribelli) tra gli stessi sfollati. Una decina di giorni fa,
nel campo di Zalengi, alcuni individui hanno assalito e ucciso tre dipendenti
di una società idrica e un poliziotto. L'episodio ha portato le
organizzazioni internazionali a sospendere momentaneamente tutte le attività
umanitarie all'interno del campo, che ospita, in condizioni drammatiche,
ben trentacinquemila sfollati. |