"Le
stragi in Darfur? Non c'è odio etnico"
Il giudice Antonio Cassese, che ha presieduto la Commissione Onu, difende
la scelta di aver omesso il termine "genocidio" dal rapporto:
"Va dimostrato il dolo di Khartum. Ma sono stati commessi crimini tali
da esigere un processo internazionale
Paolo M. Alfieri
"Il governo sudanese non ha perseguito il dolo specifico di annientare
un intero gruppo etnico. L'obiettivo di Khartum è semmai quello
di fare terra bruciata intorno ai ribelli: è per questo che continuano
gli eccidi e la distruzione dei villaggi. In ogni caso non si tratta di
genocidio ma di crimini di guerra: la persecuzione avviene per scopi politici,
non a causa dell'odio etnico".
A parlare è il giudice Antonio Cassese, colui che ha presieduto
la Commissione incaricata lo scorso ottobre dall'Onu di indagare sui crimini
commessi nel Darfur, la regione occidentale sudanese teatro di una
guerra civile che ha già causato 70mila morti e oltre un milione
di profughi.
Dunque in Darfur non è in atto un genocidio?
No, lo ripeto. Lo dimostra il fatto che il governo ha consentito a queste
popolazioni di radunarsi nei campi profughi, per quanto in questi campi
le condizioni di vita siano insostenibili.
C'è chi ha lamentato che la definizione di "genocidio"
adottata dall'Onu nel 1948 sia troppo ristretta...
L'interpretazione che ha adottato la Commissione si basa su alcuni parametri
già utilizzati dal Tribunale per il Ruanda. Abbiamo riscontrato
due premesse fondamentali per il genocidio - l'atto criminoso e l'appartenenza
degli assassini a un certo gruppo etnico - ma ne manca un terza, ovvero
il dolo specifico del governo.
Nel rapporto che la Commissione ha stilato alcuni funzionari governativi
vengono accusati di "atti con intenti genocidi"...
Esatto, il rapporto lascia una porta aperta alla condanna di quanti si
siano macchiati di uccisioni, torture, stupri di massa. Abbiamo chiesto
che queste persone vengano giudicate dal Tribunale Penale Internazionale,
ma su questa possibilità pesa il no degli Stati Uniti.
Ora tocca al Consiglio di Sicurezza decidere. Non crede che il rapporto
giochi a favore di Cina e Russia che hanno finora bloccato il ricorso
alle sanzioni contro Khartum?
No, perché mai? Noi abbiamo descritto nei dettagli quelli che sono
veri e propri crimini di guerra, non meno gravi del genocidio.
Il ministro della Giustizia sudanese ha dichiarato che "le violazioni
non sono provate ma basate su informazioni di natura politica".
Abbiamo raccolto prove di prim'ordine. Fotografie, filmati, testimonianze:
abbiamo già inoltrato tutto il materiale all'Alto Commissariato
dell'Onu per i rifugiati. Anche alcuni militari, con la garanzia dell'anonimato,
hanno confermato i crimini.
Avete ricevuto pressioni?
No, abbiamo lavorato liberamente. Il governo Usa è stato l'unico
che ha cercato di intervenire, fornendoci una serie di prove che però
abbiamo ritenuto di scarso rilievo probatorio.
E le autorità di Khartum? Vi hanno ostacolato?
Solo in un'occasione hanno cercato di impedirmi l'ingresso in un luogo
di detenzione segreto. A quel punto ho minacciato di abbandonare il Paese,
così sono stati "costretti" a farmi parlare con i detenuti.
Le loro condizioni di vita sono disumane, ammassati in celle senza luce
e senza servizi igienici. Praticamente sono sepolti vivi.
Che idea si è fatta della situazione nel Paese?
Quella di una dittatura militare dove non c'è libertà, dove
le autorità continuano a negare l'evidenza del massacro che sta
avvenendo. Ecco, direi che c'è una disconnessione totale tra la
realtà e le dichiarazioni ufficiali.
Avvenire 05/02/05
|
|