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Darfur,
tocca ai caschi blu. Ma il dramma continua
Dopo il compromesso raggiunto dall'Unione africana il governo sudanese
controllerà il territorio fino a settembre, quando arriveranno
le truppe Onu. I campi profughi sono una polveriera, le trattative tra
Khartum e i ribelli proseguono da due anni ma sono in alto mare, la pace
è ancora lontana. E le vittime del conflitto sono già 200mila,
due milioni le persone costrette ad abbandonare i villaggi.
Paolo M. Alfieri
L'ultimo round nell'ormai annoso
dramma del Darfur sembra esserselo aggiudicato, almeno per ora, il governo
sudanese. La decisione presa due giorni fa dall'Unione africana (Ua) di
mantenere nell'area fino a settembre una propria missione di peace-keeping,
invece di consentire da subito l'intervento dei caschi blu dell'Onu, è
parsa infatti agli analisti una vittoria della diplomazia di Khartum,
che più volte aveva intimato al Palazzo di Vetro di "non intromettersi"
nei propri affari interni. Il conflitto più travagliato del continente
nero continuerà quindi a essere monitorato per altri sei mesi dall'organismo
regionale fondato tre anni fa proprio con l'idea di fornire "soluzioni
africane ai problemi africani".
Per un eventuale passaggio di consegne (per il quale l'Ua ha elargito
un "consenso di principio") bisognerà attendere, secondo
l'accordo raggiunto, che il governo sudanese e i ribelli firmino un accordo
di pace. E se non si può che accogliere con soddisfazione il rinnovato
interesse della comunità internazionale per il Darfur, d'altra
parte è difficile ignorare che ormai da due anni si susseguono
negoziazioni sterili tra le parti in conflitto. Nei prossimi giorni sarà
l'Egitto a ospitare un vertice con Sudan e Libia per un chiarimento sulle
posizioni di Khartum. Non c'è, però, segnale che lo stallo
possa sbloccarsi, e tale situazione potrebbe continuare a pesare non poco
sull'intervento Onu nella regione.
La decisione dell'Ua è sembrata quindi a molti osservatoti un compromesso
al ribasso. Se si guarda a quanto accade sul terreno, si nota che poco
è migliorato nel Darfur da quando, nel luglio 2004, un contingente
di oltre 7mila militari dell'Ua è stato dispiegato per vigilare
sulla tregua. Chi scappava prima scappa tuttora, chi pativa la fame continua
a non avere di che cibarsi, mentre proseguono gli abusi e le violenze.
Sono già 200mila le vittime di un conflitto che racchiude ragioni
economiche, politiche e tribali, oltre 2 milioni coloro costretti ad abbandonare
i propri villaggi.
Almeno in 180mila hanno trovato riparo nei campi profughi del Ciad. Le
loro condizioni di vita sono al limite della precarietà e basta
una minima scintilla perché la violenza esploda tra gli stessi
rifugiati, spesso appartenenti ad etnie diverse. Ancora più complicata
la situazione dei profughi interni, ammassati alla meno peggio nei ricoveri
dell'Onu. Vengono sorvegliati a vista dall'esercito sudanese, e, in seconda
battuta, da schiere di janjaweed. Ovvero proprio da quei miliziani arabi
dai cui assalti sono fuggiti, gli stessi sospettati di essere al servizio
del regime di Khartum per condurre un feroce piano di pulizia etnica.
Gli Usa hanno da tempo bollato come "genocidio" il dramma in
corso, ma la comunità internazionale si è spesso divisa
non solo su una tale definizione, ma anche sugli interventi idonei al
raggiungimento della stabilità. Proprio Washington, negli ultimi
giorni, aveva spinto (sostenuta anche dall'Unione europea) perché
a farsi carico della sicurezza fosse, e da subito, l'Onu. Il Palazzo di
Vetro si era detto disponibile, previo, però, un accordo con il
governo sudanese. Khartum ha respinto subito questa ipotesi contando sull'appoggio
di Libia ed Egitto, e sui buoni rapporti commerciali con Cina e Russia.
Il regime sudanese non ha esitato a usare la "piazza" per contestare
il dispiegamento dei caschi blu. Con il risultato di rinvigorire il già
forte sentimento nazionalista, e, da ultimo, la nascita di un movimento
islamico definito Organizzazione Jihad Darfur, un nome che all'Occidente
non promette nulla di buono. Anche perché il presidente Omar el-Beshir
ha avvisato che il Sudan si trasformerebbe in un "cimitero"
per qualsiasi intervento militare straniero.
Anche sul fronte della giustizia il contrasto è totale. Se L'Onu
ha incaricato la Corte penale internazionale di perseguire i colpevoli
dei crimini, Khartum si oppone alla comparizione dinanzi al tribunale
dell'Aja di cittadini sudanesi, mostrandosi disponibile solo a istruire
processi presso corti locali.
In bilico, tra così tante e intricate dispute, restano le migliaia
di vittime del conflitto. E non è un buon segno, per questa sventurata
massa umana, il fatto che l'Agenzia Onu per i rifugiati abbia appena tagliato
del 44% il suo budget per le operazioni nella regione a causa degli assalti
condotti contro i convogli umanitari. Solo l'ultimo atto di una situazione
sempre più critica.
Avvenire 12/03/06
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