Darfur, truppe di pace sempre più lontane: no alla bozza dell'Onu

Khartum rigetta la risoluzione di Usa e Gran Bretagna. Si prepara un nuovo scontro in Consiglio di sicurezza. Lunedì la riunione al Palazzo di Vetro. Il Sudan potrà contare sul sostegno di Pechino e Mosca decise a stoppare l'iniziativa anglo-americana. L'Unione africana alza bandiera bianca: sono finiti i fondi stanziati per proseguire la missione.

Paolo M. Alfieri

Se ne sente parlare sempre meno, nascosta com'è da altre crisi che agitano le diplomazie internazionali. Eppure l'emergenza del Darfur rappresenta, ormai da tre anni, la più grave tragedia umanitaria in corso nel pianeta. Oltre due milioni gli sfollati, almeno duecentomila le vittime di un conflitto troppo spesso definito, semplicisticamente, a "bassa intensità".
Nella regione occidentale del Sudan si continua giorno dopo giorno a sparare e morire. Le speranze di pace legate all'accordo raggiunto a maggio tra il governo di Khartum e una delle tre fazioni ribelli, quella guidata da Minni Arcua Minnawi, si sono da subito frantumate davanti all'opposizione del Movimento per la giustizia e l'uguaglianza (Jem) e del gruppo che fa capo ad Abdel Wahed Mohammed al-Nur.
Lo stallo è totale, e crescono le difficoltà sul terreno sia delle numerose organizzazioni umanitarie impegnate nei soccorsi ai civili sia dei settemila militari dell'Unione africana (Ua) dispiegati sul terreno con il compito di monitorare il (pressoché inesistente) cessate il fuoco. L'Ua, peraltro, ha sottolineato di non aver più i mezzi necessari per proseguire la missione oltre settembre, quando scadrà ufficialmente il suo mandato.
Lunedì prossimo il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà per discutere della situazione in corso. Al Palazzo di Vetro circola già il testo di un progetto di risoluzione preparato da Stati Uniti e Gran Bretagna che prevede, tra l'altro, l'invio entro il primo ottobre di un numeroso contingente militare (all'incirca 17mila caschi blu). L'incontro vedrà la partecipazione anche di rappresentanti del governo sudanese, della Lega araba, dell'Organizzazione della conferenza islamica e dell'Ua. Il testo della bozza anglo-americana si richiama al capitolo 7 della Carta dell'Onu, quello che arriva a prevedere poteri più ampi nell'utilizzo della forza militare. Da qui l'opposizione serrata di Khartum, la quale, già contraria a un intervento di truppe straniere sul suo territorio, ha addirittura parlato di un "preoccupante tentativo di invasione e occupazione" da parte di altri Paesi. Per tentare di convincere l'esecutivo sudanese, George W. Bush ha deciso di inviare in Sudan un proprio inviato, Jendayi Frazer, ma le speranze di un'apertura sono pochissime.
"Coloro che sosterranno la bozza saranno considerati nemici del Sudan", ha infatti stabilito il partito del Congresso nazionale del presidente Omar Hassan al-Bashir. Il quale, peraltro, non più tardi di dieci giorni fa si era detto "pronto a sconfiggere qualsiasi forza internazionale che entrerà in Sudan, così come Hezbollah ha sconfitto le truppe israeliane".
Propaganda, certo, arroganza, sicuramente, secondo gli osservatori, ma anche la consapevolezza di avere, al Palazzo di Vetro, le spalle ben coperte. Chi segue da vicino le vicende di questa martoriata regione sa bene quante volte, in senso al Consiglio di sicurezza dell'Onu, Khartum abbia potuto contare su alleanze strategiche basate su solidi rapporti commerciali. I partner principali, per il peso del diritto di veto di cui godono, sono Mosca e, soprattutto, Pechino, che dell'import-export di petrolio e armi con il Sudan hanno fatto da tempo uno dei nodi strategici della loro penetrazione geopolitica in Africa.
E se l'Unione europea non va oltre dichiarazioni che restano pressoché inascoltate sull'importanza del "rispetto della tregua nella regione" e chiede alle parti in lotta di "riaprire i negoziati", la Lega araba si è spostata ultimamente su una posizione sempre più vicina al governo islamico di al-Bashir, respingendo "gli sforzi americano-britannici per ottenere una risoluzione" dell'Onu e invitando, soltanto, al "rafforzamento della forza dell'Unione africana".
E mentre le scorribande sanguinose delle milizie arabe janjaweed continuano a devastare i villaggi della regione, non può che preoccupare la nascita di un movimento definito Organizzazione Jihad Darfur, un nome che all'Occidente sembra non promettere nulla di buono.

Avvenire 25/08/06

 



La denuncia di Annan: "Per le fazioni in lotta è pratica comune l'abuso compiuto sui bimbi"

Il segretario ha chiesto con forza di rinunciare a questa "lunga abitudine": il processo di pace potrebbe offrire "un'opportunità concreta per interrompere lo sfruttamento dei minori per scopi militari"

Paolo M. Alfieri

È intervenuto in prima persona anche Kofi Annan per evidenziare un fenomeno in preoccupante crescita. Nel Darfur, ha spiegato in un rapporto il segretario generale dell'Onu, è pratica comune, da parte delle tante fazioni in lotta, rapire, arruolare, abusare sessualmente, uccidere i bambini. Un segnale dell'ulteriore deterioramento della situazione della sicurezza nella regione, nonostante gli appelli al rispetto della tregua giunti da più parti. Annan ha chiesto con forza di rinunciare a questa "lunga abitudine", sottolineando poi che "il processo di pace in corso potrebbe offrire ai leader sudanesi un'opportunità concreta per interrompere lo sfruttamento dei bambini a scopi militari". Otto giorni fa Amnesty international aveva denunciato l'aumento degli abusi dei diritti umani nel Darfur, lanciando peraltro un monito sul "rischio molto concreto" che il conflitto oltrepassi la frontiera sudanese. L'organizzazione ha inoltre segnalato che diverse aree che ospitano i campi profughi sono tuttora sotto il controllo dei janjaweed, ovvero proprio di quei "diavoli a cavallo" che da anni insanguinano la regione con la compiacenza, secondo gli osservatori, del governo. L'International Rescue Committe (Irc), un comitato che riunisce diverse agenzie umanitarie che operano a sostegno dei civili, ha riportato, ad esempio, una vera e propria escalation negli abusi sessuali compiuti ai danni degli sfollati. Nel solo campo profughi di Kalma, oltre duecento tra donne e ragazzine, nelle ultime cinque settimane, hanno subito stupri da parte dei miliziani, un dato impressionante rispetto ai due-tre casi al mese riportati precedentemente. "I civili nel Darfur hanno un urgente bisogno di protezione e lo stesso governo sudanese ha ammesso di non essere in grado di farvi fronte - ha osservato recentemente l'organizzazione Human Rights Watch - Il Consiglio di sicurezza dell'Onu non dovrebbe esitare a imporre sanzioni nei confronti di coloro che si oppongono al dispiegamento nella regione dei caschi blu". Gli stessi operatori umanitari corrono sempre maggiori rischi nelle loro operazioni di soccorso. Secondo quanto comunicato da Care International, Oxfam, World Vision e International Rescue Committe, otto cooperanti sono stati uccisi nel solo mese luglio, il mese peggiore in assoluto, dall'inizio del conflitto, per numero di attacchi contro coloro che cercano di portare aiuto e speranza lì dove tutto è caos, terrore e violenza.

Avvenire 25/08/06


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