Ancora sangue in Darfur: attacco alle truppe di pace

I 5 soldati dell'Unione africana sono stati uccisi in un'imboscata al confine con il Ciad. Colpito in volo anche un elicottero.

Paolo M. Alfieri

Un attacco in grande stile, un'imboscata pianificata molto probabilmente con l'intento di mandare un messaggio a quanti, da tempo, auspicano uno spiegamento di forze maggiore, e più incisivo, nel Darfur. Così gli analisti leggono l'assalto subito domenica dai soldati dell'Amis, la missione dell'Unione africana che dalla fine del 2004 è incaricata di monitorare, tra mille difficoltà, la situazione della sicurezza nella regione occidentale del Sudan, teatro di un conflitto che ha già causato la morte di oltre 200mila persone.
A perdere la vita nell'attacco cinque militari senegalesi - il cui comando ha accusato i ribelli locali dell'Sla, l'Esercito di liberazione del Sudan che si oppone a Khartum, ma che ha firmato gli accordi di pace - e tre miliziani, sulla cui identità non è ancora stata fatta chiarezza. La ricostruzione dell'assalto è stata fornita dal portavoce dell'Ua, Noureddine al-Mezni, secondo il quale i militari erano di guardia a un punto di distribuzione dell'acqua a Umm Barru, nell'area semi-desertica che confina con il Ciad, quando gli aggressori hanno aperto il fuoco contro di loro. Si è trattato del più grave attentato subito in questi anni dall'Amis. Preceduto peraltro, appena 24 ore prima, da un altro attacco contro un elicottero a bordo del quale si trovava il vice comandante dell'Amis, in volo da Zalengei, nel nord-ovest del Darfur, al capoluogo regionale, al-Fasher, dove il contingente d'interposizione, che conta circa 7mila uomini, ha il proprio quartier generale. Nessuna vittima in questo caso, ma l'episodio è emblematico della tensione nella regione. Anche perché gli scontri tra i gruppi locali e i miliziani filo-governativi janjaweed sono tutt'altro che diminuiti.
Proprio ai janjaweed, con tutta probabilità, va attribuita la responsabilità dell'ultimo massacro, avvenuto sabato in alcuni villaggi della provincia del Sud Darfur abitati da una tribù, i Torjam, di etnia araba ma ostile al regime di Khartum. Secondo quanto riferito dal leader tribale Mohammed Hammad Jalali, i miliziani non avrebbero esitato a uccidere 62 persone per sottrarre loro il bestiame.
Se dunque sul terreno la situazione della sicurezza non accenna a migliorare dopo quattro anni di ininterrotto conflitto, a livello diplomatico l'unica novità di qualche rilievo è la risoluzione adottata venerdì scorso a Ginevra dal Consiglio dell'Onu per i diritti umani. Si tratta in realtà di un compromesso che, pur esprimendo "preoccupazione" per le violenze e per le gravi violazioni dei diritti umani compiute nella regione, non condanna esplicitamente le responsabilità di Khartum.
Il regime di al-Bashir negli ultimi anni è stato accusato da diversi organismi, tra i quali la Corte penale internazionale dell'Aja e la stessa commissione creata dal Consiglio per i diritti umani sul dossier Darfur, di aver pianificato e partecipato all'eccidio di decine di migliaia di persone. Secondo gli analisti, il testo della risoluzione di Ginevra gioca però al ribasso, prevedendo soltanto la creazione di un gruppo di lavoro sulla situazione in corso nel Darfur. Il gruppo dovrà "lavorare con il governo di Khartum" per applicare le tante raccomandazioni diffuse (e mai messe in pratica) dalle Nazioni Unite per porre fine all'eccidio che continua a consumarsi nell'Ovest del Sudan.



Avvenire 03/04/07

 






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