Per
il Darfur si muove l'Onu: "Il Sudan disarmi le milizie"
Il Consiglio di sicurezza ha approvato un testo che condanna Khartum e attua
l'embargo di armi. Tredici i voti a favore, astenuti Cina e Pakistan.
di Paolo M. Alfieri
Il Consiglio di sicurezza dell'Onu ha approvato ieri la risoluzione presentata
dagli Stati Uniti - insieme a Gran Bretagna, Germania, Francia, Spagna
e Romania - riguardo il disastro umanitario in corso nel Darfur, la regione
occidentale del Sudan teatro da oltre un anno di una sanguinosa guerra
civile. Il testo è stato approvato con 13 voti a favore e due
astensioni, quelle di Cina e Pakistan.
La risoluzione non minaccia esplicitamente il governo sudanese di "sanzioni",
ma prevede, secondo l'articolo 41 della Carta delle Nazioni Unite, "l'interruzione
di tutte le attività economiche e diplomatiche nei confronti di
Khartum" se non porrà fine entro 30 giorni alle violenze
nella regione.
Soprattutto sospendendo il suo appoggio alle milizie arabe Janjaweed,
responsabili di una vera e propria operazione di "pulizia etnica"
nei confronti della popolazione civile nera.
Le revisioni al testo presentato per la prima volta in Consiglio di
sicurezza una settimana fa erano state numerose. Il termine "sanzioni"
era stato eliminato per venire incontro alle riserve di Paesi come Russia
e Cina. Per Pechino non è stato abbastanza. Prima del voto,
il rappresentante cinese Zhang Yishan ha sostenuto che la minaccia di
sanzioni era comunque ancora implicita nel testo. E ha preferito così
astenersi dalla votazione del provvedimento.
La Russia, invece, ha infine votato a favore. Eppure in molti rinfacciano
a Mosca le maggiori modifiche al testo originale: la Russia sarebbe colpevole
di aver "annacquato" i provvedimenti più importanti nei
confronti di Khartum. Il ministro tedesco per gli Aiuti allo sviluppo
Hedemarie Wieczorek-Zeul ha lamentato soprattutto le resistenze dei giorni
scorsi messe in atto da Mosca riguardo l'embargo di armi da attuare per
il Darfur.
L'embargo, tanto nei confronti dei miliziani Janjaweed quanto verso
le forze ribelli - l'Esercito di liberazione sudanese (Slm) e il Movimento
per la giustizia e l'uguaglianza (Jem) - è stato comunque approvato.
Il suo effetto sarà immediato. Non colpirà, però,
l'esercito regolare sudanese. E l'eccezione non è da poco.
Nel testo è assente qualsiasi riferimento a un eventuale uso
della forza militare. La scorsa settimana il Congresso americano
aveva bollato le violenze in atto nel Darfur come "genocidio",
dando il via libera alla Casa Bianca per un eventuale intervento armato.
Ma Washington non aveva inserito il termine "genocidio" nella
bozza presentata al Consiglio di sicurezza, ben sapendo che il testo avrebbe
rischiato la bocciatura netta da parte di diversi membri delle Nazioni
Unite. L'uso di tale definizione avrebbe infatti "obbligato"
l'Onu a intervenire, mentre molti Paesi spingevano per trovare alla crisi
una soluzione diplomatica. Da parte sua il ministro degli Esteri sudanese,
Mustafa Osman Ismail, si era affrettato a "promettere" al mondo
un "nuovo Iraq" nel caso di un intervento di un contingente
militare straniero nel Darfur.
Resta fermo comunque il monito a Khartum di fermare le violenze e di
non ostacolare il lavoro delle organizzazioni umanitarie nella regione.
Il governo olandese ha annunciato che la settimana prossima fornirà
gli aerei necessari per il trasporto di 308 soldati della forza di protezione
dell'Unione africana nel Darfur. Lo scopo della missione sarà quello
di scortare i convogli degli aiuti che stanno affluendo nella regione
da tutto il mondo. La stessa forza militare sarà poi impegnata
a proteggere gli osservatori dell'Unione africana dislocati nell'area
e a vigilare sul rispetto del cessate il fuoco siglato lo scorso 8
aprile tra il governo sudanese e i ribelli.
Un cessate il fuoco che finora è rimasto sulla carta. Il numero
delle vittime nella regione è salito a cinquantamila, mentre sono
più di un milione i civili che hanno dovuto abbandonare i loro
villaggi. Molti di essi si sono rifugiati nel vicino Ciad, altri si
sono diretti a sud, altri ancora verso la capitale Khartum. Molti
non ce l'hanno fatta. La loro fuga è stata bloccata dai "diavoli
a cavallo", quei Janjaweed che il presidente sudanese Omar al-Bashir
si era impegnato ufficialmente a mettere in condizione di non nuocere.
E che continuano, imperterriti, le loro scorribande di morte.
Avvenire 31/07/04
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