Darfur, l'Onu "frena" sul genocidio

In Consiglio di sicurezza gli Stati Uniti incassano il "no" di Cina, Algeria e Pakistan sulla nuova bozza di risoluzione. Khartum: "Bush parla di 'pulizia etnica' per propri motivi elettorali".

di Paolo M. Alfieri


Si complica giorno dopo giorno la partita diplomatica che si sta giocando sulla crisi del Darfur, la regione occidentale del Sudan devastata da diciotto mesi di guerra civile. Così, mentre gli appelli delle agenzie umanitarie per l'invio di aiuti ai civili si ripetono senza sosta, l'emergenza rischia di restare impantanata nel ping-pong delle accuse reciproche.

Il giorno dopo la denuncia di Colin Powell, è stato lo stesso presidente degli Stati Uniti, George W. Bush, a riprendere alla lettera le parole usate dal segretario di Stato: "Il nostro governo ha condotto sforzi a livello internazionale per porre fine alle sofferenze dei civili. Siamo giunti alla conclusione che nel Darfur ha avuto luogo un genocidio".

La presa di posizione degli Stati Uniti si appoggia in particolare su un'inchiesta condotta nella regione da funzionari del Dipartimento di Stato, che hanno intervistato un migliaio di civili rifugiatisi nei campi profughi del Ciad. Dal rapporto emerge chiaramente che le forze governative e i miliziani arabi janjaweed (da più parti accusati di essere il braccio armato di Khartum), hanno completamente distrutto decine di villaggi nelle tre province del Darfur, costringendo alla fuga oltre un milione di persone. Nel 60% delle testimonianze si è parlato dell'uccisione di uno dei familiari, nel 16% di stupri, nel 30% di insulti razziali durante i raid.

Nel documento viene citata anche la Convenzione internazionale per la prevenzione e la repressione dei genocidi, approvata dall'Onu nel 1948 per evitare il dramma del ripetersi del genocidio degli ebrei da parte dei nazisti. Quello che sta accadendo nel Darfur corrisponderebbe, secondo gli Usa, alla definizione messa a punto nella Convenzione.

La reazione del governo di Khartum alle accuse è stata spavalda e decisa. Il ministro degli Esteri sudanese, Mustafa Osman Ismail, ha sottolineato che le dichiarazioni di Washington rappresentano una "posizione isolata" e sono dettate da un interesse puramente elettorale, volto a conquistare il voto degli afro-americani nelle presidenziali Usa del prossimo novembre.

Ismail ha poi affermato che "l'amministrazione Bush vuole deviare l'attenzione della comunità internazionale verso altre aree" ed ha equiparato l'accusa di genocidio a Khartum a quella lanciata a Saddam Hussein sulla detenzione di armi di distruzione di massa.

La sicurezza mostrata dal governo sudanese poggia sulla convinzione di essere al riparo dall'imposizione di sanzioni da parte del Consiglio di sicurezza. La nuova bozza di risoluzione avanzata da Washington ai Quindici prevede misure drastiche riguardanti il commercio del petrolio sudanese (ovvero una produzione di circa 320 mila barili di greggio al giorno) se Khartum non dovesse esaudire tutte le richieste del Consiglio entro 30 giorni.

Ma proprio in seno al Consiglio il Sudan gode di appoggi importanti. Ad esempio la Cina - uno dei cinque membri permanenti con diritto di veto - ha già reso noto, attraverso il suo ambasciatore all'Onu Wang Guangya, che la nuova risoluzione così com'è non ha possibilità di ottenere il via libera di Pechino. E identica posizione hanno assunto in merito Pakistan e Algeria.

Questi Paesi si sono detti invece favorevoli a un'altra misura contenuta nella bozza, l'ampliamento (nel numero e nelle funzioni) della forza dell'Unione africana nella regione. Ovvero l'unico spiraglio "concesso" anche da Khartum durante i colloqui di pace di Abuja con i due gruppi ribelli del Movimento per la Giustizia e l'uguaglianza e del Movimento per la liberazione del Sudan. Colloqui che, proprio ieri, sono stati sospesi fino a martedì prossimo, dopo tre giorni di stallo completo e di accuse reciproche.

Avvenire 11/09/04


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