La Costa d'Avorio dal miracolo al dramma

Per anni ha attirato immigrati da tutta l'area occidentale del continente, poi è precipitato nella guerra civile. E oggi rimane ancora spaccato. Slitta il voto previsto a ottobre. Dodicimila soldati delle Nazioni Unite e francesi impegnati per pacificazione e disarmo. Tensione tra il presidente Gbagbo, accusato di fomentare la xenofobia, e il cartello degli oppositori.

Paolo M. Alfieri

Trent'anni fa era considerato il Paese del "miracolo economico" in Africa Occidentale. Dal Mali, dal Burkina Faso, dalla Guinea, dalla Liberia, a centinaia di migliaia confluivano verso la Costa d'Avorio, considerata, nonostante il pugno di ferro del presidente Félix Houphouët-Boigny, terra di opportunità per quanti nelle terre d'origine soffrivano la fame. Una dura recessione prima, la crisi istituzionale e la guerra poi, hanno bruscamente frenato, negli ultimi anni, lo sviluppo ivoriano. Ma, soprattutto, hanno fatto letteralmente esplodere la questione della "ivorianità", elemento cruciale attraverso il quale passa il futuro stesso della Costa d'Avorio.
Il perché è presto detto. Sono ben 3,5 milioni, infatti, le persone che nel Paese sono prive di documenti d'identità e che chiedono di ricevere la nazionalità ivoriana. Immigrati, figli di immigrati, figli dei figli di immigrati che hanno eletto la Costa d'Avorio a loro patria e che ora hanno l'occasione (peraltro sotto determinate condizioni) di diventarne cittadini a tutti gli effetti.
Ed essendo il loro numero così imponente, il loro voto sarà evidentemente decisivo alle elezioni presidenziali previste (con qualche incognita) per il prossimo 31 ottobre, elezioni che chiuderanno un periodo difficile iniziato con il tentato colpo di Stato del 2002 e proseguito con una sanguinosa guerra civile. Il fatto che la gran parte di coloro che chiedono di ricevere la nazionalità viva nel Nord del Paese, tuttora controllato dai ribelli delle Forze Nuove, ha contribuito ad alimentare i sospetti e le accuse di quanti, soprattutto al Sud, feudo del presidente Laurent Gbagbo, considerano il censimento attualmente in corso una vera frode elettorale.
Proprio a causa di "problemi tecnici legati alle procedure di identificazione e di registrazione dei votanti", peraltro, il rappresentante delle Nazioni Unite nel Paese, Pierre Schori, ha annunciato ieri il probabile rinvio del voto. "La volontà politica di tenere le elezioni ci sarebbe anche oggi - ha spiegato - ma rispettare le scadenze non sembra, ad oggi, realistico".
Le ultime manifestazioni violente contro il processo di registrazione dei votanti sono scoppiate lo scorso 23 luglio a Divo, 200 chilometri a Nord-Ovest della capitale economica Abidjan. Un gruppo di "giovani patrioti" - così si definiscono i simpatizzati del partito presidenziale Fronte popolare ivoriano (Fpi) - armati di fucili e machete ha protestato violentemente per le strade della città, scontrandosi poi con le forze di sicurezza locali. Gli incidenti hanno provocato due morti e 36 feriti. Oltre a rafforzare la convinzione tra gli osservatori che il cammino di avvicinamento al voto sarà irto di ostacoli.
Il primo ministro ad interim Charles Konan Banny - in carica alla fine del 2005 dopo una brillante carriera da economista, culminata nel 1993 con la nomina a governatore della Banca centrale dell'Africa occidentale - ha finora mostrato equidistanza tra le parti, ma non dispone, secondo gli analisti, dell'autorità e dei mezzi necessari per affrontare un'eventuale escalation della violenza. Le Nazioni Unite sono in prima fila per la stabilizzazione del Paese. Sono oltre ottomila i caschi blu che partecipano alla missione Onuci, affiancati da quattromila soldati francesi dell'operazione Licorne.
Tra i compiti principali dei militari inviati dal Palazzo di Vetro c'è la gestione del disarmo dei miliziani delle varie fazioni. Una procedura avviato il 26 luglio con la consegna di pezzi d'artiglieria da parte di 150 combattenti che avevano combattuto tra il 2002 e il 2003 al fianco delle forze governative. Gli ex guerriglieri hanno già ricevuto una ricompensa (pari a 240 dollari a testa, che diventeranno 1.000 nei prossimi mesi) utile per iniziare una nuova vita da civili. Sono in diverse migliaia, però, tra partigiani di Gbagbo e miliziani ribelli, a dover ancora abbandonare le armi, e non è detto che il processo prosegua senza disordini. Lo scorso 4 agosto le Nazioni Unite hanno ammesso che "il numero delle armi consegnate è minore di quanto ci si aspettava".
Il minimo segnale potrebbe far ancora esplodere nuovi conflitti. Gbagbo, in particolare, viene continuamente accusato dai suoi oppositori di cavalcare l'onda della xenofobia. I quattro principali partiti d'opposizione si mantengono più cauti. Un anno fa, a Parigi, Henri Konan Bédié, Alassane Ouattara, Albert Mabri Toikeusse e Innocent Anaky Kobena hanno siglato tra loro un'intesa per far fronte comune alle prossime elezioni, in modo da mettere fuori gioco Gbagbo. Ogni partito dovrebbe presentare un suo candidato al primo turno, con l'impegno di sostenere nel secondo l'esponente che avrà ottenuto i maggiori consensi. In caso di vittoria, i quattro partiti dovrebbero formare un governo di coalizione.
"Il treno della pace avanza", ha dichiarato poche settimane fa con un certo ottimismo il premier Banny, ma il percorso della stabilizzazione non è semplice. Il segretario generale dell'Onu, Kofi Annan, preme perché il calendario fissato in vista del voto venga rispettato, ma è cosciente di quanto la situazione sia "ancora troppo fragile".
Tra le emergenze attuali più pressanti c'è quella dei 700mila sfollati interni causati dalla guerra civile. La gran parte di essi vive attualmente, in modo precario, in cinque grandi aree urbane. Secondo un rapporto Onu, per oltre il 50% dei profughi le condizioni di salute continuano a peggiorare, e più del 30% dei bambini rifugiati non riceve un'istruzione di base. Anche per loro, come per l'intera popolazione, le elezioni possono rappresentare una svolta decisiva, il momento in cui la Costa d'Avorio può tornare ad essere un Paese "normale".



Avvenire 24/08/06



 




L'inviato dell'Onu: "Puntiamo sui media. Serve pluralismo"

Hamadoun Touré indica il Congo come modello per le prossime elezioni e ricorda lo spettro del Ruanda: mai dimenticare.

Paolo M. Alfieri

"C'è un lungo cammino davanti a noi, ma dobbiamo percorrerlo tutto". Hamadoun Touré è il portavoce dell'Onuci, la missione delle Nazioni Unite in Costa d'Avorio. Alle spalle ha una lunga esperienza in situazioni di crisi. Prima di arrivare ad Abidjan, ha lavorato per diverso tempo, sempre per l'Onu, nella Repubblica democratica del Congo, dove ha seguito l'avvio del processo di transizione che ha portato, lo scorso 30 luglio, alle prime elezioni libere nell'ex Zaire. Elezioni svoltesi pacificamente nonostante i timori della vigilia, e che ora vengono viste dagli osservatori come un modello per l'intera Africa.
"Gli ivoriani devono dimostrare la volontà politica di raggiungere quello che è già stato conseguito dai congolesi e, in precedenza, anche dai liberiani - sottolinea Touré ad Avvenire -. Più che un modello, il Congo rappresenta per la Costa d'Avorio la speranza. La speranza che uno Stato dilaniato per anni dal conflitto possa risorgere a nuova vita, iniziando proprio dall rispetto della sovranità popolare".
La deriva opposta, il portavoce dell'Onu ce l'ha ben presente. È quella del genocidio ruandese, "una tragedia immane, che l'Africa dovrebbe tenere sempre a mente". "Stiamo cercando di prevenire il ripetersi di un dramma simile in Costa d'Avorio". Non è semplice, ammette Touré, che punta il dito su "quei media che spingono all'odio e alla xenofobia". "Purtroppo qui l'indipendenza del sistema informativo è molto limitata: i media sono spesso gestiti dai leader politici, che li usano per sobillare i propri simpatizzanti. Abbiamo chiesto più volte al governo di intervenire, e siamo impegnati noi stessi in prima linea".
Da diversi mesi, infatti, le Nazioni Unite organizzano seminari per i giornalisti. "Puntiamo sulla formazione, in modo che una nuova consapevolezza consenta di allentare la tensione". Il processo che porterà alle elezioni è articolato. "Stiamo supportando il governo nelle operazioni di disarmo - spiega Touré - e siamo impegnati nel procedimento di identificazione e registrazione degli elettori. Problemi logistici e di sicurezza stanno rallentando il nostro lavoro, ma siamo determinati a proseguire".
Le Nazioni Unite non esiteranno a imporre sanzioni a coloro che ostacoleranno la stabilizzazione del Paese. A preoccupare maggiormente è la situazione nel Sud, dove i miliziani legati al presidente Gbagbo minacciano il processo elettorale. Gbagbo ha anche criticato la missione delle Nazioni Unite, sostenendo che essa è "dura" con i suoi sostenitori e "morbida" con i ribelli. "L'Onu è assolutamente imparziale - ribatte Touré -. Lavoriamo per il dialogo e la riconciliazione, senza avere simpatie di alcun tipo. La nostra "simpatia" è per la pace, solo per la pace".



Zouglou, la musica politica che unisce i giovani

Genere fusion nato negli anni Novanta, è diventato un fattore sociale, tanto che i partiti cercano di "comprare" i cantanti.

Paolo M. Alfieri

Si è sempre detto che la musica non ha confini, che unisce i popoli laddove le armi li separano, che ha una forza e un potere di denuncia che i discorsi ufficiali non potranno mai avere. Il caso della Costa d'Avorio, a questo proposito, è esemplare. Divisa ormai da quattro anni, con il Nord ancora in mano ai ribelli e il Sud controllato dai miliziani del presidente Laurent Gbagbo, torna ad essere un Paese unito ogni qualvolta nei bar e nei locali, da Bouakè ad Abidjan, da Prikro a Kani, si alza morbido il ritmo dello zouglou.
Nato all'inizio degli anni Novanta dalla fusione di stili diversi, lo zouglou è subito diventato per milioni di giovani ivoriani il suono della denuncia, dell'ironia semplice ma al tempo stesso brillante e carica di significati sociali. Dalle bidonville di Abidjan si è sparsa in tutte le regioni, diventando nel tempo musica identitaria per le nuove generazioni dell'intera Costa d'Avorio, e contrastando gli slogan xenofobi che negli ultimi anni si sono andati diffondendo nel Paese. Non solo i testi, ma la stessa composizione delle band zouglou, nella maggior parte dei casi multietnica, è stata, a questo proposito, fondamentale. Perché non c'è differenza di origine che tenga, se i drammi e le storture da condannare sono uguali per tutti.
Dalla corruzione alla guerra, dalla povertà alla mancanza di sicurezza. E, ancora, la voglia di libertà, l'avidità dei politici, gli abusi delle autorità. Non c'è aspetto della società ivoriana che non sia stato trasformato in zouglou, traccia sonora che spopola ormai anche nelle comunità africane in Occidente. I Magic System, gruppo fondato nel 1996 ad Abidjan, hanno già venduto oltre un milione e mezzo di dischi e sono da tempo delle celebrità anche in Francia.
Con l'approssimarsi delle elezioni presidenziali di ottobre, in molti si aspettano che lo zouglou giochi un ruolo non secondario nell'influenzare le scelte dell'opinione pubblica ivoriana, e dei giovani in particolare. E' rarissimo, però, trovare nei testi indicazioni di partito. E d'altronde solo così lo zouglou è riuscito a conservare la sua indipendenza nonostante la spinta alla polarizzazione etnico-sociale che ha attraversato la Costa d'Avorio negli ultimi anni. "Proprio in contrapposizione ai tratti dichiaratamente neutrali e anti-militaristi dello zouglou, il partito di Gbagbo ha finanziato negli ultimi tempi molti compositori perché producessero uno stile "patriottico" - spiega ad Avvenire Eyoun Ngangue, studioso di cultura africana originario del Camerun - Si è visto, infatti, che la musica è un mezzo potentissimo per influenzare l'opinione pubblica, e ora si cerca di usarla a proprio vantaggio". I "giovani patrioti", il movimento legato a Gbagbo, sono arrivati perfino a "boicottare quei cantanti che non avessero aderito alle loro esortazioni", osserva Ngangue. Secondo il quale, peraltro, la creatività dei musicisti ivoriani si è mantenuta viva e brillante, "e questo nonostante il progressivo degradarsi del panorama politico di un Paese una volta prospero e pieno di risorse".
Una delle rime zouglou più note (il copyright è di L'Enfant Siro) dice: "Fate attenzione ai politici, sono venditori di illusioni"; un'altra (di Soum Bill) recita: "Ci vendono armi per vedere il colore delle nostre lacrime". A furia di sentirle riecheggiare attraverso le radio del Paese, gli ivoriani, queste parole, le hanno metabolizzate. Ricordarsene, al momento di indirizzare nelle urne il proprio futuro, sarà ancor più importante.



Avvenire 24/08/06


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