Congo, dopo 40 anni prove di democrazia.

Venticinque milioni domani alle urne dopo una campagna ad alta tensione. 5.500 gli osservatori per controllare la regolarità delle operazioni. È diffusa la convinzione che si possa finalmente voltar pagina, affidando il futuro alla sovranità popolare. Difficile che si arrivi a una soluzione al primo turno. Kabila favorito per la presidenza.

Paolo M. Alfieri

Quando due giorni fa la sagoma imponente di Jean-Pierre Bemba si è materializzata all'interno dell'impianto "20 maggio", decine di migliaia di persone hanno cominciato a incitare a gran voce colui che viene accreditato come il principale rivale di Joseph Kabila per il voto presidenziale di domenica. Lo stadio di Kinshasa, ha riferito chi c'era, non vedeva una partecipazione e un entusiasmo simile dal 1974, l'anno del "rumble in the jungle", della battaglia nella giungla tra Mohammed Ali e George Foreman. La sfida che attraversa oggi la Repubblica democratica del Congo sembra aver mobilitato, non senza valide ragioni, istinti di partigianeria ben superiori a quelli registrati oltre tre decenni fa dal "match sportivo del secolo".
Dal colonialismo alla dittatura, dalla guerra all'anarchia, nessun Paese africano ha pagato storicamente più dell'ex Zaire un prezzo così smisurato alla cattiva gestione del potere, alle mire predatorie di quanti hanno fatto del suo territorio immenso il crocevia di traffici illeciti di ogni tipo. La sensazione che domenica si possa finalmente voltar pagina, affidando speranze e futuro alla sovranità popolare, è diffusissima in tutto il Paese. Nell'instabile regione orientale dell'Ituri ha fatto scalpore l'accordo per il cessate-il-fuoco raggiunto dall'Onu proprio alla vigilia del voto con il Movimento rivoluzionario congolese, una delle milizie che ancora si opponevano al processo democratico. In molte altre regioni, però, a partire dal distretto di Kivu, ci si chiede se la giornata elettorale potrà scorrere via senza assalti degli ultimi gruppi ribelli, che rischiano di macchiare di sangue l'appuntamento tanto atteso con le urne.
Oltre venticinque milioni i congolesi registrati per il voto, circa 5.500 gli osservatori (nazionali e internazionali) che monitoreranno l'andamento delle operazioni, ben 9.707 i candidati ai 500 seggi del Parlamento di Kinshasa, mentre saranno in 33 (inclusi i due "pesi massimi" Kabila e Bemba) a sfidarsi per la presidenza. Numeri ragguardevoli che restituiscono in pieno il senso dell'evento. Dal quale si è chiamato fuori, peraltro, il principale partito di opposizione, l'Unione per la democrazia e il progresso sociale di Etienne Tshisekedi, critico verso il processo di transizione.
Difficile, secondo gli analisti, che con così tanti candidati la corsa alla presidenza possa risolversi già al primo turno. In pochi tra i contendenti, peraltro, accetterebbero pacificamente un verdetto così cruciale già domenica sera. Arrivare quanto meno al ballottaggio del 15 ottobre consentirebbe di scongiurare la reazione violenta degli sconfitti, e di preparare con più distensione la fine della transizione dopo una campagna elettorale accesissima.
Ancora l'altra sera, proprio dopo il comizio di Bemba, sei persone a Kinshasa sono morte e una ventina sono rimaste ferite dopo che i sostenitori del suo Movimento per la liberazione del Congo (Mlc) hanno assaltato commissariati di polizia, sedi di giornali, abitazioni private. Una "vendetta" istintiva, provocata dalla devastazione portata da un gruppo rivale nel quartier generale di Bemba. Dicono che proprio le milizie dell'Mlc (ammassate, secondo alcune fonti, all'esterno della capitale) sarebbero pronte a scatenare violenze di piazza in caso di una débâcle del loro uomo.
Anche Kabila, peraltro, non ha esitato finora a sfoderare "colpi bassi", aiutato anche dal dominio pressoché indiscusso su radio e Tv di Stato. C'è chi ha denunciato con forza la sua gestione transitoria, denunciando episodi di corruzione e violenza, abusi nella registrazione dei votanti, la messa in circolazione di misteriose schede elettorali "supplementari". Ci si chiede, soprattutto, se quel giovane salito alla presidenza nel 2001 alla morte del padre, e che cerca ora un mandato popolare non più rinviabile, sia effettivamente il leader democratico che i congolesi vanno cercando o, piuttosto, il simulacro moderno di un dittatore in erba. Basterà probabilmente la sua reazione alla comunicazione dei primi risultati elettorali a dare, in questo senso, indicazioni più precise.
Il voto, lo ha ammesso anche l'Onu - che qui mantiene la sua forza multinazionale più grande al mondo, con quasi diciottomila caschi blu - , "non sarà perfetto". Eppure, tenendo conto della storia travagliata di questo Paese, sarà comunque un passo in avanti. La locale Conferenza episcopale, dopo aver denunciato nei giorni scorsi diverse irregolarità nella preparazione delle elezioni, ha esortato tutti i congolesi ad andare alle urne "in massa", per "manifestare chiaramente la loro volontà" nella scelta della nuova classe dirigente.
Venticinque milioni di persone sono pronte a raccogliere l'appello, a far sentire al mondo che davvero il Congo è l'ombelico dell'Africa intera, il luogo in cui una democrazia può rinascere anche dopo gli incubi più atroci che il continente abbia visto. "Kinshasa sta bollendo", evidenziava ieri in prima pagina un quotidiano locale. E davvero mai, neanche trent'anni fa per la vittoria leggendaria di Muhammed Ali, l'atmosfera congolese si era surriscaldata così tanto.



Avvenire 29/07/06



 






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