Cina, i grandi rischi dello sviluppo

Paolo M. Alfieri

Le miniere "killer". Lo scorso anno sono stati seimila gli operai uccisi.
È sul carbone che la Cina fa affidamento per la sua imponente domanda d'energia. Esso fornisce i due terzi del fabbisogno energetico nazionale, pari a 1,7 miliardi di tonnellate di carbone annue, e la produzione è in aumento del 15%. Il risvolto negativo di questa impennata produttiva ha due facce. La prima riguarda il crescente inquinamento. Gli impianti a carbone emettono infatti nell'aria ingenti quantitativi di anidride solforosa, prima causa delle piogge acide. Solo in termini economici il danno che ne consegue è di 13,3 miliardi di dollari. Il secondo fattore è il costo in termini di vite umane. La Cina copre solo un terzo della produzione mondiale di carbone, ma detiene il primato assoluto delle morti in miniera (ben l'80%). Una carneficina dovuta a diversi elementi, tra i quali l'inosservanza (e/o la mancanza) delle norme di sicurezza, l'inefficienza dei sistemi di ventilazione, l'inadeguatezza dei macchinari. In media muoiono 4 minatori ogni milione di tonnellate di carbone estratto, percentuale 100 volte superiore a quella Usa.

L'industria "pericolosa". Come a Bhopal: strutture a ridosso dei centri urbani.
Il disastro chimico che ha coinvolto il fiume Songhua è solo l'ultimo di una serie di gravi incidenti che hanno avvelenato diverse località cinesi. Un fenomeno dovuto a una industrializzazione che corre a ritmi folli e che non ha un riscontro adeguato nella manutenzione degli impianti. Secondo molti esperti del settore, la Cina rischia a breve termine una catastrofe simile a quella di Bhopal, la cittadina indiana dove nel 1984 morirono migliaia di persone per una fuoriuscita di gas tossico. Le industrie sorte 30-40 anni fa nelle periferie, sono oggi assediate dai centri abitativi accavallatisi nell'impetuoso sviluppo urbano. Gli agenti chimici usati sono poi spesso letali. Nell'aprile 2004 centinaia di persone furono avvelenate da una fuga di cloro a Nanchang, causata da una perdita proveniente da un serbatoio in disuso. Pochi giorni prima, nella zona di Chongqing, una serie di esplosioni e fughe di gas causarono 9 vittime e l'evacuazione di 150mila persone. La Cina dispone di molte norme in materia di sicurezza, ma esse vengono rispettate solo di rado dalle industrie.

Il dilemma nucleare. Nei prossimi quindici anni 27 nuove centrali.
Secondo quanto riporta AsiaNews, per rispondere alla sete di energia del Paese, il governo cinese ha disposto la costruzione di 27 nuove centrali nucleari nei prossimi 15 anni, delle dimensioni dell'impianto esistente a Daya Bay. I nuovi impianti si aggiungeranno ai 9 già esistenti, generando 36 milioni di kW di elettricità all'anno, pari al4-5% della produzione nazionale. Nelle intenzioni di Pechino, il nucleare servirà a ridurre le emissioni inquinanti derivanti dalla produzione del carbone. Dal 1991, anno di costruzione della prima centrale atomica, non si è ancora verificato un particolare allarme sulla sicurezza degli impianti. Nonostante ciò, un certo impatto ambientale esiste, soprattutto se si considera che le nuove centrali verranno costruite in particolare lungo le zone costiere. Gli investimenti nel campo del nucleare sono inoltre messi a rischio dalla fragilità del sistema finanziario e bancario cinese, che necessita di un sostegno delle banche internazionali per piani di ammortamento della durata anche di 30-40 anni.

Kyoto: un maxiproduttore esentato dagli obblighi sulle emissioni.
La prima fase del protocollo di Kyoto impone ai Paesi firmatari l'abbattimento complessivo del 5,2% delle emissioni dei gas serra entro il 2012. La Cina però, in quanto Paese "emergente", è esonerata da questo obbligo, nonostante sia tra i maggiori responsabili di emissioni nocive. È una condizione privilegiata, dettata dalla lotta al sottosviluppo, che accomuna Pechino a Nuova Delhi, e in base alla quale più di un terzo della popolazione mondiale è di fatto esente dal protocollo. Anche per questo motivo, Usa e Australia rivendicano la loro mancata adesione a Kyoto. Questa agevolazione incentiva inoltre il trasferimento di produzioni inquinanti in contesti come quello cinese e indiano che hanno una "efficienza energetica" (calcolata in emissioni nocive prodotte in rapporto alla crescita del Pil) molto bassa.

Avvenire 26/11/05







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