Petrolio, affari e politica: la Cina "importa" l'Africa

Da domani e fino a lunedì ben 48 Paesi del Continente nero riuniti a Pechino per analizzare il mercato e gli investimenti. Il colosso asiatico copre con le risorse africane un terzo dei bisogni energetici. Diritti umani ignorati.

Paolo M. Alfieri

Non più di cinque mesi fa Le Monde poneva un interrogativo di un certo peso. "Entro un decennio l'Africa sarà tutta cinese?", si chiedeva il quotidiano francese. A giudicare dalla velocità con cui Pechino impone sul Continente nero la propria agenda politico-economica, molti osservatori pronosticano che la "conquista" definitiva si materializzerà ben prima di quanto ipotizzato da Le Monde.
La nuova mossa del Politburo è la convocazione di un plenum, il Forum di cooperazione sino-africano (Focac), che dal 3 al 6 novembre riunirà a Pechino i rappresentanti di ben 48 Paesi del Continente nero. Un summit che guarda alla politica, certo, ma che avrà il suo focus sulle alleanze commerciali. Agli incontri diplomatici, infatti, faranno da cornice incontri ai quali parteciperanno oltre 1.500 imprenditori, con lo scopo di stringere ulteriori legami in tutti i settori, dall'edilizia ai trasporti alle infrastrutture.
Senza dimenticare il comparto energetico, e il petrolio in particolare. Il bisogno di alimentare il proprio sviluppo ha spinto la Cina a individuare preziose fonti di approvvigionamento in zone che non fossero già stabilmente "occupate" da rivali come gli Usa. La "ricerca" ha avuto talmente tanto successo che oggi Pechino importa dall'Africa oltre un terzo del proprio fabbisogno di greggio.
Sudan, Angola, Nigeria, Gabon e Algeria sono tra i migliori partner di Pechino in questo settore strategico, strettamente intrecciato al versante politico.
Emblematico è il caso del Sudan: Pechino, che importa il 60% della produzione di greggio sudanese, ha più volte bloccato all'Onu l'imposizione di sanzioni al governo di el-Beshir relative al dossier Darfur. Di esempi se ne possono fare tanti altri. Quando il Fondo monetario internazionale offrì all'Angola una serie di prestiti in cambio di una verifica internazionale sui contratti petroliferi e di riforme a favore della popolazione, Pechino intervenne economicamente, garantendo sussidi importanti per confermare lo status quo. Ovvero il transito, senza troppi controlli, di 460mila barili di greggio da Luanda verso la Cina.
Negli ultimi tempi, peraltro, al nodo del petrolio si è andata aggiungendo tutta una serie di investimenti in altri settori. E' il risultato di una strategia delineata da un documento del gennaio scorso, il China's Africa Policy. Nel quale, al focus sull'economia si unisce un pragmatismo politico che l'Occidente denuncia come neocolonialismo, ma che per Pechino è materia di "interesse nazionale". Pochi giorni fa il presidente della Banca mondiale, Paul Wolfowitz, ha ribadito che la Cina ignora sistematicamente, nei suoi interventi in Africa, le questioni relative ai diritti umani. Altri osservatori fanno inoltre notare che l'afflusso di merci a basso costo da Pechino danneggia gravemente i mercati del Continente nero. E che la Cina, lungi dall'incrementare il know how locale, investe e produce in Africa con un modello "chiavi in mano" che non incide in modo alcuno sullo sviluppo altrui.
Il nodo cruciale restano però i diritti umani: evitare interferenze nella politica interna dei Paesi partner è il principio base dell'intervento cinese. Business is business, e basterebbe il rapporto privilegiato con lo Zimbabwe del dittatore Robert Mugabe a dettare la linea. Ma in molti si chiedono quanto questo intreccio di affari e politica giovi davvero ai popoli africani oltre che alla (spesso spregiudicata) nomenklatura locale.
L'unica condizione che Pechino ha posto finora ai propri partner è il mancato riconoscimento della "ribelle" Taiwan. Ebbene, al Forum dei prossimi giorni sono stati invitati anche cinque Stati che hanno rapporti con Taipei - Burkina Faso, Malawi, Gambia, Swaziland e Sao Tome e Principe. Business is business. Appunto.

Avvenire 02/11/06





 




Prigionieri deportati ai lavori forzati in Sudan

La pratica diffusissima in molti Paesi di condannare i detenuti ai lavori forzati ha trovato, in Cina un'ulteriore estensione. Da tempo, infatti, la "rieducazione attraverso il lavoro" ha trovato un nuovo canale nell'impiego di migliaia di prigionieri in molti dei Paesi in cui Pechino è impegnata con progetti infrastrutturali. Con la particolarità, tutta cinese, che accanto ai detenuti "normali", anche attivisti per i diritti umani, giornalisti, ed individui ritenuti "ostili" dal Politburo si sono ritrovati da un momento all'altro ad essere trasferiti dalle prigioni della Cina a lavorare, in condizioni disumane, all'altro capo del mondo. E molto spesso, come peraltro denunciano le organizzazioni per i diritti umani, senza aver mai avuto un regolare processo.
Una mossa che all'obiettivo "politico" (il dissuadere la popolazione a unirsi ai movimenti che si oppongono al regime) aggiunge il vantaggio economico, con lo sfruttamento di una preziosa manodopera a costo zero. Impegnata, tra l'altro, in alcuni dei più grandi interventi infrastrutturali del Continente nero. Come la diga in costruzione a 350 Km a Nord di Khartum (il maggiore progetto idroelettrico in corso in Africa), o la realizzazione di una raffineria e di un oleodotto di 1.600 Km che trasporterà greggio dal Sudan meridionale al Mar Rosso.
Qualche esponente di Pechino si è spinto ad affermare che, in fondo, è meglio lavorare nel Continente nero piuttosto che marcire in una prigione cinese. Ma quando il sole africano picchia a 45 gradi all'ombra e per 14-16 ore si è costretti, pur innocenti, ai lavori forzati, il dubbio che assale i prigionieri sembra, inevitabilmente, più che lecito.

Paolo M. Alfieri



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