La
Cina adesso invoca più giustizia sociale
Paolo M. Alfieri
È
una (paradossale) svolta a sinistra quella che si appresta a intraprendere
il governo cinese dopo venticinque anni di economia di mercato. Maggior
attenzione alle disuguaglianze sociali, al bilanciamento della crescita
economica, allo sviluppo ecosostenibile. Tre nuovi cardini sui quali l'assemblea
plenaria del Comitato centrale, riunita da ieri nell'albergo Jingxi di
Pechino, intende impostare l'undicesimo piano quinquennale del Paese per
il 2006-2010.
E' la prima volta, da quando Deng Xiaoping aprì la Cina al libero
mercato, che simili principi salgono alla ribalta. Ma è una sterzata
che il Politburo di Pechino difficilmente avrebbe potuto rimandare. Lo
scorso anno sono state oltre 70mila le proteste di piazza che hanno visto
coinvolti 3 milioni di cittadini nella rivendicazione di maggiori diritti
sociali e assistenziali, nella richiesta di una maggiore partecipazione
alla vita pubblica, nella denuncia di un sistema di potere imperniato
sulla corruzione, soprattutto nelle province più periferiche.
Così è stato lo stesso presidente Hu Jintao a sottolineare
l'importanza dello sviluppo di una società "più armoniosa
e bilanciata", basata innanzitutto sulla riduzione delle disuguaglianze
economiche, tramite una serie di "aggiustamenti strategici"
correttivi del modello di crescita cinese. Si parla, ad esempio, di un
innalzamento pari al 90% del livello attuale per la soglia dei redditi
totalmente esenti dal pagamento delle imposte, nonché di una prima
(e timida) costruzione di un vero e proprio sistema pensionistico. Un
impegno importante dovrebbe andare poi al riequilibrio del gap della crescita
tra le diverse regioni e tra città e campagne.
Il reddito pro capite degli 800 milioni di contadini è infatti
attualmente pari a un terzo rispetto agli abitanti di metropoli come Shangai
e Canton, e il 29% dei bambini cresciuti nelle regioni periferiche soffre
di malnutrizione, dato che precipita all'1% per la popolazione "cittadina".
Ancora, se nel 1995 la media degli introiti dei cinesi benestanti era
superiore di 2,5 volte a quella dei poveri, nel 2003 il rapporto è
salito a 3,23.
C'è dunque una Cina che è rimasta indietro, ai margini di
una crescita che ha visto il resto del Paese galoppare nell'ultimo decennio
su un incremento del Pil superiore al 9% annuo. E' la Cina che ora il
Politburo intende risollevare, per giustizia sociale o necessità
di consenso. Non sarà facile, soprattutto perché oggi sono
le multinazionali straniere a comandare sul mercato dell'export cinese.
Così che il potere di Pechino di reindirizzare lo sviluppo sembra
essersi (inevitabilmente?) ridotto.
Avvenire 09/10/05
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