Pechino
"libera" l'editoria:
sì agli stranieri
Il "gigante" è a caccia di visibilità. Tagliati
i fondi ai giornali di partito e tolti i vincoli alla distribuzione. Per
gli occidentali un "affare" di oltre un miliardo di lettori..
Ma i contenuti restano censurati.
Paolo M. Alfieri
E' l'ennesima scommessa che la
Cina vuole vincere. Passata negli ultimi mesi da un sistema di controllo
diretto a uno indiretto del settore della stampa - una "scelta"
dovuta all'ingresso nel settembre del 2001 nell'Organizzazione mondiale
del commercio (Wto) -, Pechino ha aperto dalla fine del 2004 il suo
immenso mercato editoriale agli investitori stranieri, un modo per
massimizzare la visibilità di un Paese che cresce a ritmi economici
vertiginosi.
La riforma del settore editoriale è senza precedenti. In primo
luogo, il taglio drastico dei finanziamenti a decine di giornali di partito,
sopravvissuti per anni con la pratica degli "abbonamenti obbligatori"
da parte di uffici centrali e periferici. Un cambiamento che ha segnato
l'avvento dell'indipendenza economica della stampa dal governo. E che
- di fatto - ha costretto 677 di questi fogli alla chiusura, con
un risparmio per le casse statali di circa 217 milioni di dollari.
Ma la vera svolta è rappresentata dall'apertura del mercato della
distribuzione editoriale (così come accaduto in precedenza per
l'agricoltura o l'energia) agli investimenti delle compagnie straniere,
le quali da tempo guardavano con interesse a un settore che potrebbe rivelarsi
una vera e propria miniera d'oro. Perché per le aziende editoriali
Occidentali la parola Cina è sinonimo di un miliardo e trecento
milioni di lettori. Un mercato sterminato.
A rallentare il processo sono però i vincoli che Pechino ancora
esercita sul settore tramite l'Amministrazione statale dell'informazione
e dell'editoria. Un ente che, spiega Alessandra Lavagnino, docente di
Lingua e cultura cinese all'Università di Milano, "si serve
di un rigoroso sistema di accordi, verifiche ed approvazioni per concedere
le licenze di pubblicazione".
Nonostante la svolta, il metodo con cui solitamente i gruppi stranieri
tentano la strada della Terra di Mezzo è dunque ancora quello della
cessione del diritto d'autore a una testata locale. Una pratica
comunque sottoposta a precise norme governative e che mette in una netta
posizione di subalternità l'editore straniero, che perde il
controllo sulla pubblicazione e sui contenuti editoriali. Contenuti che,
se da una parte aprono sempre di più al mondo della tecnologia
o a quello della moda, lasciano ancora sullo sfondo l'attualità
e le questioni politiche, in un Paese da molti considerato maglia nera
della libertà di stampa.
Non è un caso se su un totale di oltre 500mila siti Web cinesi,
sono solo 150 quelli che - debitamente autorizzati e censurati - possono
occuparsi di informazione. "L'apertura agli operatori stranieri deve
passare per le 'periferie' prima di arrivare al 'centro' - spiega Yu Guoming,
docente di Comunicazione all'Università del popolo cinese di Pechino
- Se attività come la distribuzione, la pubblicazione o la raccolta
pubblicitaria sono state agevolate, il contenuto, il 'centro', è
necessariamente ancora soggetto a controlli".
Avvenire 19/01/05
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