| Cina / Il governo
alle prese con l'emergenza "aree rurali"
La campagna
di Pechino
Cresce il divario fra metropoli
e campagne e aumenta il malcontento. Per le autorità si impone
una svolta. Radicale. Ben 40 milioni di contadini sono vittime di ingiusti
espropri. E i terreni spesso finiscono agli speculatori edilizi. Cervellera:
"Ora si pagano i conti di uno sviluppo economico anarchico".
Paolo M. Alfieri
C'è una Cina con cui la
Cina deve fare i conti, distante anni luce dai grattacieli di Pechino
e Canton, dalle luci di Shangai, dagli immensi parchi divertimento di
Shenzhen. C'è una Cina che è rimasta indietro, fin troppo
ai margini di una crescita prepotente che ha visto il resto del Paese
galoppare nell'ultimo decennio su un incremento del Pil superiore al 9
per cento annuo. È la Cina di cui non si parla quasi mai, perché
non spaventa il mondo con i suoi prodotti sottocosto, perché non
imita i beni di consumo occidentali, perché anche quando ci prova
ad alzare la voce difficilmente riesce a sfondare i confini della Terra
di mezzo.
È la Cina che abita le campagne sterminate delle province centro-occidentali.
Quella che raccoglie le briciole del boom economico e lavora ancora la
terra con metodi arcaici. Quella i cui abitanti non possono comprare e
vendere liberamente la propria casa. Che per emigrare e annusare il rapido
progresso delle metropoli costiere è spesso costretta alla clandestinità.
È la Cina che ora Pechino dice di voler risollevare, per giustizia
sociale o necessità di consenso. Perché il gap delle condizioni
di vita tra gli 800 milioni di persone che vivono nelle regioni rurali
e gli abitanti delle zone urbane è ormai diventato il motore rombante
di una instabilità sociale che ha causato, nel solo 2004, quasi
90 mila rivolte sanguinose. "Conflitti che hanno radici profonde
e ora devono essere risolti", ha sentenziato il primo ministro Wen
Jiabao.
Gli squilibri prodotti dalla deregulation degli ultimi anni sono stati
al centro dell'annuale sessione del Congresso nazionale del Popolo, tenutasi
agli inizi di marzo. Che ha rappresentato il punto di arrivo di una presa
di coscienza (sincera?) da parte delle autorità sul dislivello
di ricchezze e condizioni di vita tra città e campagne, tra l'impetuosa
Cina del terzo millennio e quella, ben più vasta, tuttora inchiodata
ad un passato che è di arretratezza, miseria, lotta quotidiana
per la sopravvivenza.
Il rampantismo della middle class dei centri urbani e la massa dei contadini
impoveriti sono due mondi a parte. Il reddito annuale pro capite nelle
regioni dell'interno (circa 330 dollari Usa) è pari ad appena un
terzo di quello percepito nella costa industrializzata. E il divario cresce
costantemente, anno dopo anno. Ben il 30 per cento dei bambini nelle regioni
periferiche soffre di malnutrizione, dato che precipita all'1 per cento
per la popolazione urbana. Qualche cifra: sono 40 milioni i contadini
vittime di ingiusti espropri di terreni, assegnati, spesso dietro laute
tangenti agli amministratori locali, a imprese o a speculatori edilizi.
"Alcune persone occupano illegalmente le terre dei contadini e non
offrono compensi finanziari ragionevoli e arrangiamenti alternativi, e
questo provoca un gran numero di incidenti nelle campagne", ha ammesso
ancora il premier Wen.
Il piano quinquennale 2006-2011 prevede nuovi investimenti per le zone
rurali (per un totale di 42 miliardi di dollari), una spinta - troppo
debole, però, secondo diversi analisti - per costruire "un
nuovo socialismo nelle campagne" che sostenga la Cina contadina e
che, soprattutto, riesca a frenare migrazioni e rivolte. Altro segnale
in questa direzione è rappresentato dall'abolizione della storica
tassa sul grano, probabilmente il balzello più antico del mondo.
E se è vero che nel 2005 l'imposta agricola ha inciso soltanto
per l'1 per cento nel complesso delle entrate di Pechino, c'è da
sottolineare che l'incidenza di questo "prelievo" aveva ancora
il suo peso per milioni di contadini che vivono sotto la soglia di sussistenza.
Passa anche per questi "aggiustamenti strategici" correttivi
del modello di crescita cinese, lo sviluppo di una società che
il presidente Hu Jintao vuole "più armoniosa e bilanciata".
Ma si illude chi pensa che tali misure possano produrre, sic et simpliciter,
una svolta significativa. I miglioramenti sociali epocali evocati negli
ultimi anni dall'esecutivo sono spesso rimasti mere illusioni sacrificate
alla volontà di ascesa nel ranking delle potenze economiche mondiali.
"Il problema è che alle parole non seguono i fatti - sottolinea
padre Bernardo Cervellera, direttore di AsiaNews e autore dell'interessante
saggio Missione Cina. Viaggio nell'Impero tra mercato e repressione, appena
riproposto da Ancora in una nuova edizione -. Alle città va addirittura
l'80 per cento delle sovvenzioni e degli investimenti governativi, nonostante
esse rappresentino solo il 20 per cento della popolazione cinese. Alle
campagne restano solo le gocce rispetto alle reali necessità".
Alcuni osservatori hanno fatto notare che attualmente sono sempre più
le multinazionali straniere a comandare sul mercato cinese, così
che il potere di Pechino di reindirizzare lo sviluppo sembra essersi (irrimediabilmente?)
ridotto. "In realtà - sostiene padre Cervellera - gli investimenti
stranieri avvengono sempre attraverso partner cinesi: Pechino controlla
quindi ancora molto bene il flusso dei capitali. Il problema è
che non riesce più a controllare coloro che hanno in mano il potere
economico, e che fanno della propria appartenenza al Partito uno strumento
di immunità dal giudizio della legge".
Nelle città - grazie all'introduzione nella Costituzione, due anni
fa, della proprietà privata -, i cinesi sono liberi di comprare
e vendere le loro case, anche se le autorità non esitano, se necessario,
ad attuare requisizioni forzate per far posto a esercizi commerciali e
uffici. I terreni agricoli invece sono ancora proprietà comune
dei villaggi. Ad ogni famiglia viene assegnato un appezzamento da coltivare.
Chiunque voglia acquistare un terreno deve trattare con i comitati di
villaggio, in genere presieduti dai locali dirigenti del Partito comunista.
La somma ottenuta con la vendita dovrebbe fungere da risarcimento per
gli abitanti della zona, ma troppo spesso questi indennizzi diventano
fonte di arricchimento soltanto per la nomenklatura locale. Secondo un
recente rapporto preparato dall'Università del Michigan in collaborazione
con la Renmin di Pechino, gli espropri sono aumentati di ben 15 volte
nel 2005 rispetto a dieci anni fa. Il documento si basa su di un sondaggio
effettuato in 1.700 villaggi di 17 diverse province cinesi. Nel 15,8 per
cento dei casi, le terre sono state strappate ai contadini per costruirvi
industrie: nel 13,1 per cento dei casi, invece, esse sono state rubate
perchè "zone da sviluppare". Il terreno viene poi riconvertito
da funzionari pubblici corrotti, che ne attestano la natura "industriale
e residenziale" anche quando questa "non potrebbe essere concessa".
Le rivolte contro questo sistema di malaffare hanno ormai raggiunto picchi
record, sfociando, in molti casi, in violenti scontri con le forze dell'ordine.
Esemplare la vicenda relativa al villaggio di Taishi, nella provincia
meridionale del Guandong. Per diversi mesi, a partire dall'estate scorsa,
oltre duemila persone hanno protestato contro il capo villaggio, Chen
Jinsheng, accusato di essersi impadronito del ricavato della vendita di
una parte delle terre di proprietà collettiva. La polizia ha reagito
duramente contro i manifestanti, e solo dopo che la vicenda è stata
resa pubblica dai media internazionali il Partito ha aperto un'inchiesta
sull'accaduto. "La legge riconosce il diritto dei contadini ad essere
consultati e a ricevere un risarcimento ragionevole, ma le istituzioni,
la polizia e la magistratura non sono indipendenti", spiega Hou Wenzhou,
fondatrice dell'Empowerment and Rights Institute di Pechino, una ong che
fornisce consulenze alle vittime delle requisizioni illegali della terra.
"La debolezza della Cina attuale - evidenzia padre Cervellera - consiste
soprattutto in una diffusa mancanza di legalità. Il governo teme,
a ragione, l'aumento della tensione sociale causato da uno sviluppo industriale
scriteriato, oserei dire anarchico, che mette in crisi la vita dei contadini.
Eppure tuttora continua ad attuare arresti di contadini e difendere gli
espropri illegali".
Senza contare la precaria situazione dei migranti, "veri schiavi
dello sviluppo cinese", secondo il direttore di AsiaNews. "È
gente costretta ad accettare qualunque condizione di lavoro per salari
irrisori. Spesso, anzi, non vengono nemmeno pagati. La legge cinese proibisce,
tra l'altro, di spostarsi dal proprio luogo di nascita, per cui la gran
parte di queste persone è sprovvista anche del permesso di residenza,
detto hukou. Il governo ha promesso anni fa di concedere l'hukou ai contadini
che emigrano, ma anche in questo caso si è limitato alle parole.
Così decine di migliaia di persone restano alla mercè dei
propri datori di lavoro, non avendo titolo per denunciare alle autorità
eventuali soprusi, pena il rischio di condanne".
Tutto si paga nella Cina di oggi, così che anche i più basilari
servizi pubblici assurgono a spietato crinale tra chi può e chi
non può permettersi un'istruzione decente, un tetto sulla testa,
una visita medica. L'assicurazione sanitaria è diventata uno dei
moderni miraggi in un Paese nel quale lo statalismo egualitario di un
tempo ha fatto posto all'attuale eclisse di ogni forma di assistenza.
Il China Daily, quotidiano ufficiale, ha reso noto che ben il 90 per cento
degli abitanti delle zone rurali non è coperto da alcuna assicurazione
sanitaria. Tramontata l'epoca dei "medici scalzi", che garantivano
cure (seppur deficitarie) agli strati più poveri della popolazione,
oggi nelle campagne "resiste" un medico ogni mille persone,
e nelle vicine città i contadini utilizzano appena il 37 per cento
dei letti disponibili. Così, se nelle metropoli si diffondono centri
sanitari specialistici per la Cina dei nuovi ricchi e di una borghesia
che insegue invidiati modelli stranieri, nel resto del Paese centinaia
di migliaia di persone nascono, crescono e muoiono senza vedere un medico
in tutta la loro vita.
In molti finiscono con l'ammalarsi per l'intensificarsi dell'inquinamento:
ben il 70 per cento delle acque cinesi è ormai ammorbato da scarichi
industriali e liquidi tossici. Le industrie sorte 30-40 anni fa nelle
periferie, sono oggi drammaticamente assediate dai centri abitativi accavallatisi
nell'impetuoso sviluppo urbano. Ad aggravare la situazione, il fatto che
la Cina goda, in quanto Paese "emergente", dell'esenzione dal
Protocollo di Kyoto sull'abbattimento delle emissioni dei gas serra. Emissioni
che vanno a danneggiare significativamente l'intera produzione agricola,
facendo così ricadere soprattutto sulla popolazione rurale i danni
della folle corsa allo sviluppo. Cambiamenti climatici e lunghi periodi
di siccità seguiti da alluvioni distruttive, hanno spesso spazzato
via da intere province le coltivazioni tradizionali.
Un anno fa riuscì a bucare i rigidi filtri della censura di Pechino,
la notizia relativa alla rivolta di migliaia di persone del villaggio
di Huaxi, nello Zhejiang. Per diversi giorni i manifestanti chiesero la
chiusura di 13 industrie chimiche, responsabili di aver inquinato le acque
e il terreno attorno al villaggio. "Il governo sostiene che farà
di tutto per bloccare l'inquinamento - spiega Cervellera -. Ma quando
si verificano disastri ambientali non si preoccupa nemmeno di far pagare
i risarcimenti dovuti ai contadini dalle industrie coinvolte".
Al termine dello stesso Congresso del popolo di marzo, Wen ha indicato,
tra le priorità, nuovi parametri nella scelta dei grandi progetti
industriali, promettendo uno stop per tutte quelle infrastrutture che
distruggono risorse ambientali, che non tengano conto del risparmio energetico
e della eco-sostenibilità.
Difficile dire se questa (fin troppo) ambiziosa dichiarazione d'intenti
servirà a placare il malcontento crescente dell'"altra"
Cina. Quella Cina che vive ai margini, che a noi non fa paura. Ma che
Pechino vede come il maggior rischio destabilizzante per la sua rapida
corsa verso lo sviluppo.
M.M. giugno-luglio 2006, pp.
62-67
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