Cina, un neonato "costa" 250 euro: condannati a morte i trafficanti

Sotto accusa le leggi di Pechino sul "programma" delle nascite che penalizza le bambine

di Paolo M. Alfieri

Bambini rapiti, segregati, venduti. Bambini scambiati, violentati, costretti alla prostituzione. A restare indietro nella Cina che cresce economicamente a ritmi vertiginosi sono proprio loro, i piccoli cinesi, vittime di uno spaventoso traffico di carne umana.

Secondo il Fondo per l'infanzia delle Nazioni Unite, nel 2003 almeno 250 mila bambini e adolescenti cinesi sono stati protagonisti involontari di questo business raccapricciante. Molte organizzazioni umanitarie hanno denunciato che alla base del traffico ci sono le disparità dovute allo sviluppo economico. Uno sviluppo prepotente nelle città, ma che ha creato vaste sacche di povertà nelle sterminate campagne dell'interno.

Molti osservatori hanno inoltre sottolineato la rigidità delle leggi varate da Pechino per limitare la crescita della popolazione, che ha già superato il miliardo e 200 milioni di abitanti. Così il programma di pianificazione familiare, che prevede un solo figlio per coppia, avrebbe portato alla "scomparsa" di 230 mila bambine, abbandonate o uccise dai coniugi in modo da aver diritto a una seconda gravidanza e provare quindi a avere il tanto agognato figlio maschio.

Una "consuetudine" che ha prodotto nel Paese uno squilibrio consistente tra i due sessi. Si calcola che l'anagrafe cinese registri la nascita di appena 100 neonati femmine ogni 117 maschi. In molti casi i neonati e le figlie adolescenti sono vendute dai contadini poveri per estinguere pesanti debiti di gioco. Il prezzo andrebbe dai 2.000 ai 4.000 yuan (da 250 a 500 euro). Una cifra che equivale al reddito di molti anni per un agricoltore medio.

Non di rado i bambini vengono sottratti ai genitori a loro insaputa. Tre giorni fa un tribunale della provincia dell'Henan, nella Cina centrale, ha condannato a morte un trafficante di bambini e a pesanti pene detentive i suoi quattordici complici con l'accusa di aver rapito circa 120 bambini negli ultimi sei anni, sottraendoli a famiglie povere di lavoratori immigrati. Per lo stesso motivo un altro tribunale dieci giorni fa aveva condannato a morte sei trafficanti. Gli imputati, che agivano nella Cina meridionale, erano stati riconosciuti colpevoli di aver venduto 118 neonati. Tra questi le 28 bambine che furono trovate dalla polizia di Pechino stipate in alcune valigie a bordo di un autobus nel marzo dell'anno scorso. Drogate per evitare che piangessero, erano state ritrovate livide per il freddo. La maggiore di esse aveva appena tre mesi. Una era già morta.

A essere messi sotto accusa dalle organizzazione umanitarie sono anche gli oltre seicento orfanotrofi del Paese, che ospitano circa 55 mila bambini abbandonati. Qualche tempo fa il caso di un istituto di Shanghai fece scalpore per le condizioni disumane alle quali erano sottoposti i bambini. Rinchiusi in piccole stanze, imbottiti di sedativi, lasciati senza cibo. Dei 272 bambini ospitati dall'orfanotrofio, ne morirono 211.

Altro punto dolente il mercato della prostituzione. Sono molte le famiglie che vendono le proprie figlie ancora bambine ad organizzazioni "specializzate". "Svanite" dal territorio cinese, ricompaiono nei bordelli thailandesi o giapponesi, private dei documenti e obbligate a vendersi per poter, dopo qualche anno, rientrarne in possesso.

Avvenire 01/08/04


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