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tensione in Ciad. Sventato un golpe Paese sull'orlo del caos a tre settimane dal voto. Anche jet francesi intervengono in aiuto alle forze governative. Accuse al Sudan: "Fomenta la rivolta". Paolo M. Alfieri È stata una giornata ad alta tensione quella di ieri in Ciad: l'esercito governativo e i ribelli del Fonte unito per il cambiamento (Fuc) si sono infatti fronteggiati militarmente in diverse zone del Paese. Lo scontro maggiore è avvenuto nella zona nord-orientale della capitale N'Djamena, dove una colonna di miliziani era riuscita a entrare dopo giorni di progressivo accerchiamento. Dopo ore di combattimento a colpi di armi da fuoco, il presidente Idriss Deby ha annunciato in un messaggio trasmesso dall'emittente radiofonica francese Rfi che la situazione era tornata "sotto il totale controllo delle forze governative". Per difendere la capitale, Deby non ha esitato a utilizzare elicotteri e mezzi di artiglieria pesante. Alcuni jet militari francesi (il Ciad è un'ex colonia di Parigi) avrebbero sorvolato i cieli di N'Djamena per supportare l'esercito governativo, anche se non avrebbero partecipato direttamente allo scontro a fuoco. Le autorità locali hanno annunciato di aver arrestato una trentina di ribelli, mentre non ci sono ancora notizie precise sul numero di eventuali vittime. Secondo Jean-Francois Bureau, portavoce del ministero della Difesa francese, quello di ieri "sarebbe un attacco isolato, non un'azione coordinata di gruppi organizzati". Eppure varie fonti locali hanno riferito di altri assalti in diverse zone del Paese, il che farebbe supporre l'esistenza di una strategia ben precisa per rovesciare l'attuale presidente, al potere dal febbraio del 1991. Lo stesso leader del Fuc, Abdoulaye Abdel Karim, ha rivendicato un altro attacco nella città orientale di Adre, al confine con il Sudan, già assalita lo scorso dicembre dai ribelli. Un rappresentante dell'esercito, il generale Nassour, ha comunque sottolineato che le forze governative hanno il pieno controllo anche ad Adre, e ha dichiarato che l'attacco in quella zona sarebbe stato condotto da "forze sudanesi". Da tempo il presidente Deby è in rotta con l'esecutivo di Khartum, accusato di essere il vero regista delle operazioni contro le autorità di N'Djamena. Il Sudan, però, ha sempre negato di aver appoggiato i ribelli. Il Fuc, dal canto suo, da tempo persegue l'obiettivo di rovesciare l'attuale esecutivo ciadiano e in particolare Deby, visto come un autocrate corrotto, interessato soltanto alla gestione degli ingenti proventi petroliferi del Paese. La tensione è aumentata nelle ultime settimane anche a causa delle imminenti elezioni presidenziali previste per il 3 maggio. Deby potrà correre per un terzo incarico grazie a una modifica legislativa attuata lo scorso luglio che ha eliminato il precedente limite dei due mandati presidenziali. La modifica è stata, naturalmente, contestata duramente dai suoi oppositori. L'ex madrepatria francese segue molto da vicino l'evolversi della situazione. I rappresentanti diplomatici di Parigi si sono detti pronti a evacuare, se sarà necessario, almeno 1.500 persone. Anche le Nazioni Unite e l'ambasciata americana sono all'erta per un eventuale evacuazione. L'aeroporto di N'Djamena, dove stazionano le truppe e veicoli militari francesi, sarebbe sotto controllo. Per precauzione sono invece già andati via i dipendenti della Esso Chad, una tra le maggiori compagnie petrolifere che operano nel Paese. Una "forte preoccupazione" è stata manifestata ieri anche dalla Commissione europea, che ha espresso la propria solidarietà "alle vittime innocenti del conflitto". "La Commissione condanna fermamente la violenza e qualsiasi tentativo di prendere il potere con la forza", si legge in un comunicato di Bruxelles. Gravi rischi corrono, secondo l'Alto Commissariato Onu per i Rifugiati (Acnur), le migliaia di profughi provenienti dalla regione sudanese del Darfur stabilitisi da tempo in Ciad. Nella regione orientale del Paese, l'Acnur ha allestito una dozzina di ricoveri, che ospitano più di duecentomila persone. Avvenire 14/04/06 |
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