Bigley, i familiari dell'ostaggio accusano gli Stati Uniti

"Americani colpevoli di aver sabotato le trattative". L'appello ai rapitori dell'anziana madre. I vicini: "Preghiamo per il ritorno"

di Paolo M. Alfieri

Angoscia, speranza, pessimismo, polemica. La terrace house della famiglia Bigley in Bedford Street a Walton, Liverpool, è pervasa in queste ore da un misto di stati d'animo contraddittori. Quegli stessi stati d'animo che stanno coinvolgendo l'intera opinione pubblica britannica, spaccata tra la fiducia e la preoccupazione, tra le accuse al governo e la consapevolezza della sua impotenza per la liberazione di Ken Bigley, "pedina di un gioco diplomatico mortale", secondo la prima pagina di ieri del quotidiano "The Indipendent".

Intervistato da Bbc radio, uno dei fratelli dell'ostaggio, Paul (nella foto), ha dichiarato mestamente che le immagini trasmesse l'altra sera - quel video in cui Ken implorava l'aiuto del premier britannico Tony Blair - è stato "un'ombra di luce in un tunnel lungo, oscuro e freddo".

Dichiarazione seguita da un'accusa diretta al governo degli Stati Uniti, colpevole di aver "sabotato" le speranze per un esito positivo del sequestro con il suo rifiuto al rilascio della "Dottoressa Germe", Rihab Taha.

Un altro fratello di Ken, Philip, ha detto che in casa regna un silenzio "irreale", che anche la tentazione di seguire i notiziari televisivi è stata messa da parte, che l'ansia e la monotonia della giornata vengono spezzate solo dallo squillo delle telefonate in arrivo dal Foreign Office.

Un'apprensione vissuta come propria da tutti i cittadini di Walton. "Ascolto le ultime notizie, poi spengo la radio e comincio a pregare - dice una vicina dei Bigley -. Prego perché lo lascino andare, che possa tornare qui tra noi".

In molti parlano di lui come "quello che non aveva paura di morire", perché, diceva, "tanto nella vita ti succede una sola volta". "Probabilmente quando tornerà la penserà diversamente". cercano di sdrammatizzare ora.

Ieri mattina il vescovo di Liverpool, mons. James Jones, ha rivolto un appello ai rapitori insieme al leader musulmano Akbar Ali dalla piccola chiesa della città: "In nome dell'unico Dio abbiate compassione di Ken". Mons. Jones ha poi dichiarato che, "al di là delle idee politiche di ognuno, non è possibile negoziare con i sequestratori". Ma anche sottolineato l'importanza, per il futuro, di "essere più attenti alle possibili reazioni della gente in Medio Oriente dovute alle nostre azioni".

Un messaggio ai sequestratori è stato lanciato anche dalla moglie di Bigley, che ha descritto il marito come "un uomo che ha sempre aiutato gli iracheni, tra i quali ha numerosi amici", e dall'anziana madre, in lacrime.

Il leader dei democratici liberali Charles Kennedy, si è detto vicino ai familiari dell'ostaggio "in questo supplizio infinito", mentre la first lady Cherie Blair ha dichiarato che "il cuore di tutta la Gran Bretagna è con i Bigley".
Intanto non resta che pregare e sperare, aspettando nervosamente che il telefono torni a squillare.

Avvenire 24/09/04







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