Beslan,
tre giorni vissuti
col fiato sospeso
L'assalto dei ceceni nel primo giorno di scuola. I ragazzi usati come scudi
umani, le trattative difficili, l'ansia dei parenti in attesa all'esterno
dell'edificio
Paolo M. Alfieri
Beslan, città di 40 mila
anime a 20 chilometri dalla capitale dell'Ossezia del Nord, Vladivkavkaz.
Mercoledi 1 settembre è il primo giorno di scuola, la "giornata
della conoscenza". Nel cortile della scuola "N.1" qualche
centinaio di bambini e ragazzi partecipa con genitori e insegnanti alla
cerimonia che precede il ritorno tra i banchi dopo la pausa estiva. Vestiti
a festa, si tengono per mano mentre cantano l'inno nazionale russo.
Ma è un attimo. Un commando di uomini e donne irrompe armi in pugno
nel piazzale antistante l'edificio, costringe grandi e piccoli a entrare
nella scuola. Dodici persone restano uccise nell'assalto, nove ferite.
La polizia interviene immediatamente circondando l'edificio. I terroristi
fanno pervenire un biglietto agli agenti. Pretendono la scarcerazione
di alcuno loro compagni prigionieri in Inguscezia e l'indipendenza della
Cecenia, minacciano di far saltare in aria la scuola se le autorità
russe autorizzeranno un assalto armato. Secondo le prime stime sono oltre
350 le persone in ostaggio, tra cui 132 bambini. Altri 50 bambini sono
riusciti a nascondersi durante l'assalto e a fuggire.
Dall'interno della scuola di tanto in tanto si sentono spari e scoppi
di granate, mentre all'esterno decine di persone seguono con trepidazione
gli sviluppi della situazione. I bambini vengono piazzati dietro le
finestre, usati come scudi umani.
Il commando, dopo qualche ora, ne rilascia 15, ma si rifiuta di intavolare
una trattativa con le autorità e l'offerta di un salvacondotto
che garantisca loro la fuga.
La notte trascorre piena d'ansia per la vita degli ostaggi, gruppi
di psicologi assistono i parenti in attesa. Il giorno dopo il commando
rilascia prima tre donne con due neonati e poi un altro gruppo di 26 ostaggi
tra donne e bambini. Ma le trattative sono ancora ferme e il commando
rifiuta anche la fornitura di cibo e acqua.
Nella notte uno scambio di colpi di arma da fuoco spezza il silenzio che
avvolge i negoziati. Le trattative riprendono all'alba. Intorno alle 13
locali (le 11 in Italia) viene annunciato un accordo per la restituzione
dei corpi delle persone uccise. Dalla scuola si sentono altri spari
e scoppi di granate. Qualche minuto dopo il blitz delle forze speciali
russe.
Avvenire 04/09/04
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