La denuncia / Più di metà dei bambini poveri è privo di documenti

Bambini fantasma


Oltre 50 milioni di neonati ogni anno non vengono registrati all'anagrafe. Non esistono, e dunque non hanno identità né diritti. E spesso vengono usati e abusati

Paolo M. Alfieri

Farli scomparire è facile, facilissimo. Tanto più se per la società non sono, ufficialmente, mai esistiti. Invisibili, dunque. Passano di mano in mano, di trafficante in trafficante, lungo le drammatiche rotte del commercio sessuale, della schiavitù, dei mercanti di organi. Ogni anno più di 50 milioni di bambini nei Paesi poveri non vengono registrati all'anagrafe. Privi alla nascita di qualsiasi cittadinanza, non hanno, per il futuro, alcuna garanzia di istruzione o assistenza sanitaria. A molti la vita riserverà solo abusi e discriminazioni, duri compagni di viaggio che li costringeranno a diventare adulti troppo in fretta.
Il rapporto annuale sull'infanzia diffuso alla fine del 2005 dall'Unicef parla chiaro: l'esercito dei bambini "invisibili" rappresenta addirittura il 55 per cento di tutte le nascite negli Stati in via di sviluppo, esclusa la Cina. Il numero più alto di nascite non registrate si verifica nei Paesi dell'Asia meridionale (28 milioni) e dell'Africa sub-sahariana (24 milioni), ma il fenomeno è esteso anche in America latina, dove più del 15 per cento dei bambini è indocumentado, privo di documenti.
Infanzia che non si vede, ma rende. Sono 8,4 milioni nel mondo i bambini che vengono sfruttati sul lavoro. Quasi un quarto di essi è vittima dell'industria del sesso, tanti lavorano, nelle miniere, nelle fabbriche, nei cantieri. Moltissimi sono segregati nelle abitazioni, dove sono forzati ai lavori domestici. Stipendi, quando sono previsti, minimi. Protezione sociale zero. Nel solo Nepal, secondo l'Organizzazione internazionale del lavoro, 1,2 milioni di bambini (su un totale di 2,6 milioni impegnati in attività lavorative) non usufruiscono di alcuna retribuzione.
Scrivono gli autori del rapporto dell'Unicef che "ratificando la Convenzione sui diritti del bambino, i governi si sono impegnati a salvaguardare i minori da intimidazioni, abusi, sfruttamento, violenza, abbandono". Firmata il 20 novembre 1989 a New York e ratificata da 190 Paesi, la Convenzione prevede all'articolo 7 che "il fanciullo è registrato immediatamente al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori e a essere allevato da essi". E sottolinea poi, all'articolo 8, che "se un fanciullo è illegalmente privato degli elementi costitutivi della sua identità o di alcuni di essi, gli Stati firmatari devono concedergli adeguata assistenza e protezione affinché la sua identità sia ristabilita il più rapidamente possibile".
Alle parole non sono, però, seguiti i fatti. Una serie di barriere politiche, legislative, amministrative, economiche e geografiche precludono ancora oggi il diritto all'identità a milioni di minori. L'assenza di legislazioni nazionali specifiche, unita alla pessima gestione del sistema anagrafico, è il primo ostacolo alla registrazione di un bambino. "È fondamentale che si crei una "offerta" soddisfacente di anagrafe abbinata allo stimolo di domanda da parte della popolazione - spiega in un rapporto sulla "in documentazione" Dario Festa, che ha seguito in Perù il progetto triennale "Diritto al nome" del Movimento Laici America Latina (Mlal) -. A tale scopo è necessario che tutti i livelli della società, le comunità locali, le istituzioni nazionali, le ong e le organizzazioni internazionali partecipino all'elaborazione, l'implementazione e la promozione di politiche e programmi a favore del diritto al nome. Tutto ciò deve realizzarsi in modo coordinato, dal momento che anche iniziative locali ben strutturate non possono andar lontano senza un deciso appoggio delle autorità centrali".
In alcuni Paesi come Cile, Costarica e Nicaragua il sistema anagrafico è completamente centralizzato e quindi gestito dal governo nazionale. In altri, come Brasile e Argentina, sono le strutture regionali ad avere la piena responsabilità del procedimento di registrazione. Sono forse le strutture "ibride", che uniscono una migliore comprensione delle realtà locali all'uniformità delle regole su tutto il territorio nazionale, a garantire risultati migliori, evitando anche disparità evidenti riguardo al costo di registrazione. In Messico, ad esempio, il registro civil è aggiornato da ognuno dei 31 Stati che compongono il Paese. Ma se nella regione centrale di Guanajuato un certificato di nascita costa meno di un dollaro, nel territorio nord-orientale di Tamaulipas la cifra sale fino a 7.
Sono ancora pochi i Paesi nel Sud del mondo ad aver abolito la tassa sulla registrazione, che costituisce un forte disincentivo per milioni di famiglie che vivono in condizioni disagiate. Il buon esempio, da questo punto di vista, lo ha dato il governo argentino, che nel giugno del 2001 ha soppresso la tassa di 28 dollari necessaria, fino ad allora, per l'iscrizione all'anagrafe. L'Indonesia aveva promesso una misura analoga nel luglio del 2004, ma da allora poco è cambiato. Così tuttora circa la metà dei 90 milioni di bambini indonesiani sotto i cinque anni giuridicamente non esiste.
Una situazione che ha avuto, tra l'altro, un risvolto anche all'indomani dello tsunami, che ha gravemente colpito il Sud-Est asiatico poco più di un anno fa, visto che gli indennizzi previsti dalle autorità per chi aveva perso familiari a causa del maremoto non sono stati assegnati a coloro che, pur avendo visto morire i propri figli, non hanno avuto la possibilità di dimostrarlo. Bambini spariti sotto il fango, ma che non sono mai rientrati ufficialmente nella conta delle vittime.
Per le popolazioni di molti Paesi, poi, è la stessa geografia del territorio a costituire un ostacolo alla registrazione. La scarsa presenza di uffici anagrafici, unita all'assenza di un trasporto pubblico decente, nega, di fatto, la possibilità di usufruire di un servizio così importante. I buoni modelli, comunque, non mancano. Il Cile, ad esempio, si è dotato di moderne unità mobili terrestri e navali per raggiungere tutte le zone del Paese, comprese le isole. Esperienza simile a quella dell'Ecuador (dove però il numero di indocumentado è tuttora tra i più elevati del mondo), mentre le autorità peruviane si affidano spesso a personale indigeno per la regione amazzonica.
Metodi che risultano comunque insufficienti nel caso in cui la mancata registrazione sia frutto di una precisa scelta di discriminazione sessuale. La differenza tra sessi è tuttora forte in molti Paesi del Sud del mondo, dove si tende a escludere il più possibile le donne dalla vita pubblica, privandole, fin dalla nascita, della loro identità. Ogni anno milioni di esse "scompaiono" sulle rotte dei trafficanti del sesso, oppure sono costrette a matrimoni precoci dalle proprie famiglie di origine. Secondo un'analisi dell'Unicef riguardante i Paesi in via di sviluppo, ben il 48 per cento delle ragazze del Sud-Est asiatico tra i 15 e i 24 anni si è sposata prima di compiere i 18 anni. In Africa la stima è del 42 per cento, in Sud America raggiunge il 30 per cento.
Altro effetto perverso della mancanza d'identità è la facilità con la quale i minori vengono arruolati da milizie irregolari. L'impiego di bambini-soldato da parte dei gruppi di guerriglia in Uganda e nella Repubblica democratica del Congo è solo la faccia più visibile di un fenomeno molto più generalizzato. Casi di reclutamento forzato si registrano in molti Paesi, e si sono susseguiti anche nei confronti dei bambini rimasti orfani a causa dello tsunami, nonostante le contromisure messe in atto dalle agenzie internazionali.
Per non parlare, poi, della delicata situazione nella quale si trovano milioni di profughi nel mondo. La condizione di rifugiati, soprattutto di coloro che lo sono da lungo tempo, rende ancor più complicato ottenere il diritto all'identità. Così, in troppi sono impossibilitati a usufruire di servizi sociali di base, come l'istruzione o le cure mediche, o la possibilità di ottenere un permesso di lavoro.
Gli autori del rapporto dell'Unicef spiegano che, di fronte a così tante questioni sollevate dalla mancata registrazione delle nascite, non sono solo i governi a essere chiamati in causa. Anche l'intera società civile, le comunità, devono infatti farsi carico della protezione sociale dei minori. "Non ci può essere sviluppo se si continuano a ignorare i bambini", osserva il direttore esecutivo dell'Unicef, Ann M. Veneman. È importante inoltre sottolineare che la situazione va affrontata come problema globale. "Prendiamo il traffico di esseri umani - continua la Veneman -. Non si può ignorare che spesso la domanda di bambini proviene proprio dai Paesi ricchi".
Al Nord del mondo spetta, insomma, un ruolo non secondario per assicurare protezione e tutela ai minori della Terra, ai quali va garantita la possibilità di realizzare dignitosamente il proprio progetto di vita. Stabilire degli Obiettivi del millennio contro fame, povertà e malattie senza tener conto che gran parte della popolazione mondiale non gode nemmeno del diritto alla propria identità - e dunque "ufficialmente" non esiste - rischia di essere una mera utopia, se non addirittura una grande ipocrisia.

M.M. marzo 2006, pp. 12-16



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