Angola, la morte arriva
con la pioggia


Tanti villaggi sono isolati perchè letteralmente circondati dalle bombe. Decine le vittime ogni giorno, ma il governo preferisce combattere per il petrolio.


Paolo M. Alfieri

Luanda - Le piogge torrenziali che si stanno abbattendo in questi giorni in Angola stanno causando un alto numero di morti. La ragione? Le mine anti-uomo, di cui il sottosuolo di tutto il Paese è infarcito, riemergono e si spostano col fango nelle campagne e nei villaggi, mettendo a rischio l'esistenza di decine di migliaia di persone.

Simon Brooks, membro della Croce Rossa Internazionale della regione di Huambo, racconta: "I pantani provocati dalle piogge stanno cancellando le strade e fanno riaffiorare le mine. Rischiamo in ogni momento di saltare in aria". Si stima che in tutto il territorio angolano siano disseminati circa otto milioni di ordigni e che negli ultimi trent'anni le vittime delle esplosioni siano state circa 100mila.

Rupert Leighton, capo del programma di sminamento del "Mag" (Medical Association of Georgia), sostiene che le piogge stanno bloccando le vie di accesso a molte zone rurali nell'est del Paese. "L'unico mezzo con cui possiamo raggiungere alcune basi in cui operiamo è l'aereo. Intere comunità sono bloccate nei villaggi senza alcun contatto con l'esterno perché intorno a loro si nascondono mine micidiali", ha affermato. Il sottosuolo angolano abbonda anche di mine anticarro. Mine che nelle parole di Leighton "non feriscono o mutilano. Vaporizzano".

La campagna di sminamento sta coinvolgendo organizzazioni non governative internazionali. Oltre al "Mag" sono presenti "Halo Trust" e "Npa", insieme ad associazioni minori. Si lavora con metal detector, ma gli ordigni al plastico sono difficili da trovare sotto fango e pioggia anche per i macchinari più sofisticati.

Il problema delle mine diventa urgente soprattutto ora che, ad un anno e mezzo dal definitivo cessate il fuoco che ha messo fine a 27 anni di guerra, due milioni di profughi stanno tornando in massa nei villaggi dai quali erano fuggiti. Per loro la possibilità di tornare a coltivare la terra per sfamarsi diventa una partita quotidiana con la morte.

Tra i profughi, circa 200mila sono ex-combattenti dell'Unita (Unione per l'Indipendenza Totale dell'Angola), gruppo che si è battuto dal 1975 al 2002 contro il governo del Mpla (Movimento Popolare per la Liberazione dell'Angola) appoggiato dall'ex-Unione Sovietica. Tanti sono poi coloro che avevano trovato rifugio in Paesi vicini come Congo, Zambia e Namibia grazie all'intervento dell'Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).

Qualche mese fa il governo italiano, accusato di aver permesso per anni la produzione di ordigni anti-uomo, aveva avviato un finanziamento di un milione e 200mila dollari a favore di una campagna di sminamento. Le zone interessate dall'iniziativa sono state quella attorno alla città di Cuvango, uno dei principali centri economici del Paese, e aree vicine a terreni coltivabili e sorgenti d'acqua.

Il programma di sminamento non è comunque tra le priorità del governo di Luanda, che è invece da qualche tempo molto più impegnato in un conflitto armato nella provincia settentrionale di Cabinda. Qui, infatti, il Flec (Fronte di Liberazione dell'Enclave di Cabinda) accusa il governo di occupare un territorio che non gli appartiene in termini storici e culturali. Un notevole peso nella vicenda è costituito dal controllo dei giacimenti di petrolio, di cui il sottosuolo di Cabinda è ricchissimo. Se non si trova una soluzione, a breve potrebbe abbondare anche di mine anti-uomo.

Ifg online 21/01/04







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