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La lunga notte degli
americani
di Milano
Milleduecento persone ospiti del Consolato al Teatro DalVerme hanno vissuto
con passione il verdetto dell'urna
Paolo M. Alfieri
No, non era il Midwest. Non era
la Boston di Kerry e nemmeno il Texas di George W. Eppure l'ignaro passante
che si fosse trovato l'altra notte a Milano davanti al Teatro Dal Verme
sarà probabilmente stato assalito dal dubbio. E' qui che 1.200
americani (sui 5.000 residenti nella provincia) hanno avuto il privilegio
di seguire le ultime ore del testa a testa presidenziale. Tutti insieme,
repubblicani e democratici, con questi ultimi in netta maggioranza, ospiti
del Consolato Generale degli Stati Uniti.
All'interno i monitor sintonizzati sulla Cnn rimandavano al di qua dell'Atlantico
le immagini delle lunghe file di elettori ai seggi. Per molti degli
americani presenti in sala "un segnale di una ritrovata passione
civica".
Una passione che per Fernanda Pivano, la massima esperta di letteratura
americana in Italia, ospite della serata, è una "passione
pacifista". Democratica da sempre, la Pivano dice ad Avvenire che
"in ogni caso nemmeno una vittoria di Kerry invertirebbe la rotta
dell'attuale politica estera americana. Negli Usa non si ascoltano
più gli intellettuali, i poeti: una vera sconfitta per la società
statunitense".
Alle 22:30 è il Console Deborah Graze a dare lo start alla maratona
notturna. "Speriamo di poter conoscere i risultati più
velocemente di 4 anni fa", sospira, mentre l'Ambasciatore americano
in Italia, Melvin Sembler, collegato da Roma, sottolinea che "chiunque
sarà il vincitore, i nostri valori resteranno immutati".
"Freedom, Family and Faith"- "Libertà, Famiglia
e Fede"- scandisce, riecheggiando George Bush.
Tra i sostenitori di entrambe le parti l'attesa per i primi exit polls
è convulsa. Claudia Flisi, presidente dei Democrats abroad,
è fiduciosa: sarà il senatore del Massachusetts a trionfare.
"E con Kerry lo stile della politica americana cambierà totalmente.
La sua forza sarà il dialogo".
Tocca a Charles Whitney, giovane fondatore dei Repubblicans abroad
milanesi, difendere i colori del partito dell'elefantino. "Il
bilancio della presidenza Bush è positivo. La guerra al terrorismo
peserà sul voto, ma anche l'economia, che è di nuovo in
crescita. Gli americani confermeranno Bush alla Casa Bianca, sicuro".
Sono proprio i repubblicani, intorno all'una, a esultare per primi: Bush
avrebbe conquistato Georgia, Indiana, West Virginia e Kentucky, per Kerry
c'è il Vermont, 39 a 3 il conto dei grandi elettori. Un'ora
dopo, però, il senatore è già in rimonta: la partita
è sul 77 a 66 per Kerry. "Non ci demoralizziamo, - dice
Edward, repubblicano da oltre trent'anni - sono solo i dati della East
Coast, che tutte i sondaggi già avevano assegnato ai democratici".
L'altalena di emozioni è impressionante. Poco dopo è
ancora Bush a tornare in testa, così al Dal Verme gioia e delusione,
speranze e paure si mescolano nuovamente. Si va avanti così
ancora a lungo, fino a quando questo angolo d'America made in Italy cede
alla consapevolezza che la certezza di un risultato definitivo è
lontana. Meglio tornare a casa quindi, e sperare che al risveglio il
proprio candidato abbia conquistato la Casa Bianca.
Avvenire 04/11/04
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