L'Onu scommette sulla «nuova» Africa

L'impegno contro la diffusione illegale delle armi, ce ne sono 30 milioni, rappresenta un segnale concreto dell'attenzione della comunità internazionale. Missione nella zona dei Grandi Laghi di una delegazione delle Nazioni Unite per sostenere l'importanza dei processi di pace e il cammino verso la democrazia.

Paolo M. Alfieri

Le Nazioni Unite scommettono sull'Africa. Ieri è iniziato da Kinshasa il tour di una delegazione del Consiglio di sicurezza nei Grandi Laghi, una missione con la quale il Palazzo di Vetro intende sottolineare l'importanza dei processi di pace in corso nella regione. L'impegno contro la diffusione illegale delle armi può rappresentare un segnale concreto dell'attenzione della comunità internazionale. Anche per evitare il diffondersi della sensazione tra i cittadini che dotarsi di un arma rappresenti un diritto, di fronte all'incapacità delle istituzioni di difenderli dalle violenze.
I sentieri della sopravvivenza africana restano stretti e rischiosi anche quando la guerra non è dichiarata, anche quando non ci sono due eserciti "veri" a confrontarsi, ma bande e milizie che si contendono piccole fette di territorio. Quando basta una mitraglietta in più o in meno a stabilire chi è il più forte, a dare ragione al di là di qualsiasi decisione degli organismi internazionali. Sono almeno 30 milioni queste "ragioni" che circolano illegalmente in tutta l'Africa. Armi leggere, di piccolo calibro. Nutrono insicurezza, violenze, panico. Portano la morte e il terrore fin nel più isolato dei territori, fin nel più remoto dei villaggi. E minano alla radice il cammino già tortuoso verso la pace di intere regioni. Come quella dei Grandi Laghi, 5 milioni di morti in poco più di un decennio tra Burundi, Ruanda e Repubblica democratica del Congo (Rdc).
Proprio la capitale congolese Kinshasa ospiterà, dal 9 all'11 novembre, una sorta di Parlamento interregionale, composto dalle delegazioni dei tre Paesi, che affronterà la questione della proliferazione delle armi leggere. Agli incontri, finanziati dal Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo (Undp) e dal governo belga, parteciperanno anche esperti dell'Onu e di alcuni Paesi occidentali.
Il vertice rappresenta indubbiamente un importante passo in avanti nei rapporti tra i governi della regione, che in passato erano stati spesso segnati dalla tensione. Il problema delle armi verrà affrontato per la prima volta nell'ottica di una strategia comune, con l'intento di armonizzare le leggi dei singoli Stati che regolano il possesso delle armi e creare, in tempi possibilmente brevi, un sistema di controllo comune all'intera area dei Grandi Laghi.
Nella sola Rdc, le armi leggere in circolazione raggiungono, secondo le organizzazioni che si battono in difesa dei diritti umani, quota 500mila. E così le speranze legate al processo di transizione post-bellico rischiano di subire colpi letali da tutti quei potentati che muovono milizie personali su di un territorio vastissimo e difficile da monitorare.
Ancora ieri, ad esempio, l'agenzia Misna segnalava insicurezza crescente a Bukavu, dove alcuni testimoni hanno riferito di defezioni dall'esercito governativo a vantaggio di un gruppo legato al generale Jules Mutebusi, l'ufficiale protagonista di un assalto al capoluogo del Sud Kivu nel giugno 2004. Ma i saccheggi e le stragi continuano in tutta l'area, secondo quanto sottolinea un rapporto dell'International Rescue Committee sull'attività dei gruppi ribelli, provenienti in particolare dal Ruanda.
Poco più di due settimane fa, nei pressi del campo di Luvungi, un gruppo di oltre 500 miliziani "Mai Mai" non ha esitato a rapire 43 agenti governativi incaricati di attuare il processo di disarmo. Il rapimento, hanno sostenuto, era a scopo "dimostrativo", in segno di protesta per il mancato pagamento di 110 dollari ciascuno preteso in cambio della consegna delle armi. Armi che riescono a giungere nella regione nonostante un embargo decretato dalle Nazioni Unite e tuttora in vigore. Un flusso clandestino che coinvolge per le sue dimensioni e per le sue conseguenze allarmanti l'intera comunità mondiale.

Avvenire 06/11/05





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