| Africa,
la democrazia dalle radici fragili A fronte dei timidi progressi registrati in Congo e Burundi, dalla Somalia all'Etiopia alla Costa d'Avorio dominano le lotte intestine. A rischio anche la cancellazione del debito Paolo M. Alfieri L'ultimo "caso" è di appena due giorni fa. Il colpo di stato che ha portato al potere in Mauritania una giunta militare, favorita dall'assenza momentanea nel Paese del presidente Maaouya Ould Taya, è un esempio lampante di come ancora oggi in Africa l'ascesa al potere assuma caratteri diversi dal resto del mondo. Per quanto la "governance" del Continente nero appaia in alcuni casi migliore rispetto al passato, non si può non notare infatti come in molti Paesi il concetto di libertà e di sovranità popolare fatichi a mettere radici durature. Paesi come lo Zimbabwe, dove la "politica degli espropri" promossa dal dittatore Robert Mugabe, oltre a provocare violenza e miseria, ha come scopo nemmeno tanto nascosto quello di indebolire quelle aree nelle quali è più forte il dissenso verso il regime. Paesi come la Somalia, dove il primo governo formatosi dopo 14 anni di anarchia, è impedito ad assumere il potere per la persistenza di bande di guerriglieri al soldo di vecchi e nuovi potentati. E ancora la Costa d'Avorio, dove il disarmo di decine di migliaia di ex ribelli fatica a progredire, l'Etiopia, dove le elezioni dello scorso maggio sono apparse a molti osservatori poco più di una farsa organizzata dal premier Melles Zenawi per rendersi credibile agli occhi della comunità internazionale. La Liberia, che dopo anni di guerra civile si appresta al voto politico di ottobre, ma dove sono evidenti le difficoltà nel reperire candidati, forse perché in troppi hanno il timore di esporsi in prima persona per il futuro del Paese. Senza contare la situazione tuttora instabile nel Sudan, con da una parte la regione occidentale del Darfur nella quale si susseguono gli scontri etnici e dall'altra le incognite legate agli accordi di pace Nord-Sud, a rischio dopo la morte improvvisa del neo vice-presidente sudista John Garang. È in questo quadro ricco di zone d'ombra che si inseriscono terribili crisi alimentari che devastano popolazioni intere, dal Niger al Mali, dallo Swaziland al Burkina Faso. Paesi il cui tessuto sociale è già notevolmente indebolito da malattie come Aids e malaria, dalla siccità, da economie fragilissime. Certo, ci sono Stati che hanno avviato, dopo lunghi periodi bui, promettenti processi di transizione. In Burundi si sono da poco svolte in un clima pressoché tranquillo le prime elezioni dopo 13 anni di guerra e 300mila morti. Il voto è atteso anche in Congo - teatro di quella che venne definita "guerra mondiale africana" - , dove è stata varata una nuova Costituzione democratica. E ancora Angola, Sierra Leone, Mozambico. Fino a non molto tempo fa sinonimi di violenza, sono oggi indirizzati verso una parvenza di normalità. Eppure è difficile attualmente valutare questi casi come sintomo di un cambiamento generale in corso nel Continente nero. Piuttosto emergono a più riprese le difficoltà dell'Africa di intraprendere quel circolo virtuoso costituito da buon governo e sviluppo che le consentirebbe di acquisire una dimensione democratica e una dignità internazionale. A nessuno sfugge che il resto del mondo debba fare la sua parte (esiste tra l'altro il timore che la recente cancellazione del debito da parte del G8 sia messa a rischio da un mancato rispetto degli impegni finanziari), con incentivi e pressioni. Ma è l'Africa stessa a dover essere in prima linea contro le lotte di potere e gli egoismi che contraddistinguono una parte consistente della propria classe politica. Avvenire 05/08/05 |