Scontri in Afghanistan:
l'Onu si ritira da Herat


Uffici delle Nazioni Unite incendiati: "L'attacco più grave". Le proteste sono nate dalla sostituzione di un funzionario

di Paolo M. Alfieri

Sono una sessantina le ultime vittime delle imminenti elezioni afghane. Non sono guerriglieri né militari, sulla loro divisa non c'è traccia di stelletta alcuna. Non sono morti ma il loro compito, per ora, è finito. Sono funzionari delle Nazioni Unite e attivisti di organizzazioni umanitarie. Dopo una nottata trascorsa all'interno di una base americana hanno raggiunto ieri l'aeroporto di Herat, Afghanistan occidentale. Costretti ad abbandonare la città dopo i violentissimi scontri del fine settimana, dopo le proteste e le sassaiole, dopo i gas lacrimogeni e gli "Apache" da combattimento. Dopo i saccheggi e gli incendi appiccati nei loro uffici, la sede dell'Alto commissariato per i rifugiati (Acnur) e della Missione di assistenza "Unama". Semplicemente "il peggior attacco subito dalla caduta dei taleban", nelle parole del portavoce Onu a Kabul, Manoel de Almeida Silva.

Una rivolta che covava da settimane e che è esplosa in tutta la sua drammaticità per almeno 48 ore - sette i morti tra i manifestanti - all'annuncio ufficiale della rimozione del governatore della provincia locale, il tagiko Ismail Khan. Al suo posto Mohammed Khair Khuwa, ex ambasciatore afghano in Ucraina, strettamente legato al presidente ad interim del Paese Hamid Karzai. Il quale aveva offerto a Khan la poltrona di ministro dell'Industria, solo per sentirsi rispondere picche dal "Leone di Herat" e subire la rivolta sanguinosa dell'intera provincia. E proprio nel momento topico della campagna elettorale, che lo vede competere con altri 17 candidati e che si concluderà il 9 ottobre con il primo voto libero della storia afghana.

Ieri a Herat la situazione sembrava essere tornata alla normalità, con i negozi che hanno riaperto e le strade poco affollate di soldati americani. Eppure il coprifuoco è ancora in vigore e l'assalto alle sedi Onu ha fermato anche le operazioni di rimpatrio dei profughi afghani presenti in Iran - distante da Herat appena 150 chilometri - che l'Acnur stava portando avanti. "Questa sospensione giunge nel momento peggiore - ha dichiarato Ruud Lubbers, l'Alto commissario Onu per i rifugiati - , ma questo processo deve aver luogo in condizioni di sicurezza". Così più di mille profughi sono stati sistemati in campi di emergenza, bloccati al confine tra i due Paesi, in attesa che i convogli dell'Acnur riprendano ad attraversarlo.

Messa così, passa in secondo piano anche l'ultimo rastrellamento ad opera delle forze americane, 22 miliziani uccisi nella provincia meridionale di Zabol. E la liberazione di 743 taleban prigionieri di guerra, rilasciati a Kabul e accompagnati fino a Kandahar, nel Sud del Paese.

Avvenire 14/09/04

 

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