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a George Prescott, nipote del presidente, conquistare il voto latino
di Paolo M. Alfieri Il nonno telefonava di buon mattino al college. Lui, semiaddormentato, non rispondeva. Così "il vecchio" gli lasciava un messaggio sulla segreteria telefonica. "P., sono Gampie". Il rituale era preciso. Il pranzo della domenica con i nonni in un ristorante messicano, "Molina's". Come un nipote qualunque. Gampie era (ed è ancora) George Bush senior, 41° presidente degli Stati Uniti. P. è George Prescott Bush, 28 anni, figlio del governatore della Florida Jeb Bush, nipote di George W.
Non è solo l'aspetto fisico il suo punto forte. La sua esperienza di volontariato nelle scuole per poveri si combina alla perfezione con quel conservatorismo compassionevole propagandato dai neo-con. Già quattro anni fa P. partecipò alla campagna per l'elezione di suo zio George W. Nella serata finale della Convention repubblicana parlò in inglese e in spagnolo, descrivendo George W. come "un hombre de grande sentimientos". L'esperimento funzionò, il suo intervento fu uno dei più applauditi. P. si conquistò le copertine di diversi magazine americani. Finalmente anche i repubblicani avevano il loro John-John. Avrebbe potuto essere l'inizio della sua carriera politica. Decise invece di riprendere gli studi, iscrivendosi alla facoltà di legge dell'università del Texas. Quattro anni
più tardi è di nuovo il suo momento. E così, mentre
le cugine Jenna e Barbara cercheranno di portare al padre i voti dei ventenni
bianchi, a lui toccherà ancora una volta coinvolgere i giovani
latinos nel nome di George W. Negli States dicono che le sue idee politiche
coincidano maggiormente con quelle del nonno George senior che con quelle
dello zio. Che sia molto più liberal di quest'ultimo sulle
tematiche sociali, sull'immigrazione, sul controllo del business degli
armamenti. Che non aderisca in toto alle politiche neo-con e che sia un
"pensatore libero". Eppure George W. potrà contare
ancora su di lui, su quel giovane Bush dai tratti ispanici che, a dispetto
del cognome, tutti chiamano semplicemente P. Avvenire 31/07/04 |
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