L'esercito degli ostaggi "dimenticati"

Keniani, siriani, turchi, libanesi: per loro nessuna mobilitazione. Di molti non si hanno più notizie.

di Paolo M. Alfieri


Nel dopoguerra iracheno avvolto dalla strategia nebulosa dei sequestri sono tra quelli che stanno pagando di più, pur non essendo per cittadinanza o fede religiosa in qualche modo contrapposti alle forze in campo. Sono giordani, siriani, turchi. Filippini, keniani, libanesi. Non sono francesi e nemmeno giornalisti. Sono cuochi e camionisti, ingegneri e meccanici, tecnici e addetti alle pulizie. Sono gli ostaggi di cui si parla poco, quelli per i quali non si organizzano marce che riempiono le piazze, per i quali nessun servizio segreto tratterà il riscatto con i rapitori.


Sono Mohammed Rifat, Sukhdev Singh, Saad Saadun. Sono Ali Ahmad Moussa, Fayez Saad al-Adwan, Abdel Ubeidallah. Nomi che risuonano lontani e impronunciabili, dietro ai quali si intersecano storie di bisogno estremo. La possibilità di ottenere un lavoro in un Iraq da ricostruire da capo, il miraggio di uno stipendio per mantenere la famiglia.


Certo c'è il rischio di saltare su una mina o di essere colpito da un proiettile vagante. O, appunto, di cadere nella trappola della "caccia allo straniero" dei miliziani islamici e morire solo perché si è lì, anche se si proviene da un Paese che la guerra a Saddam non l'ha mai dichiarata, come il Nepal dal quale provenivano i dodici ostaggi uccisi ieri.


La richiesta è sempre la solita: abbandonare l'Iraq, impedire il ritorno alla normalità. Ma il sequestro "pesa" di più quando a essere coinvolti sono cittadini originari di Paesi che fanno parte della coalizione anglo-americana. È successo per Angelo de la Cruz, il camionista filippino rapito dalla Brigata bin al-Waleed. Giornate vissute col fiato sospeso, il mondo che si commuove per un giovane che implora il ritiro delle truppe per aver salva la vita, i governi che si spaccano: seguire la linea dura o aderire alla richiesta dei guerriglieri? Manila sceglie per il ritiro, piovono critiche da Washington, Angelo viene rilasciato.


Altri ostaggi, altre storie. Promila Devi, 32 anni, è la moglie di Tilak Raj, un camionista indiano rapito insieme a sei colleghi (due indiani, tre keniani, un egiziano) dal gruppo terrorista delle Bandiere nere. Lavorano per una società kuwaitiana, la Kuwait and Gulf Link Transport (Kgl), l'allarme scatta il 21 luglio scorso. "Era andato in Kuwait a mettere insieme un po' di soldi per i nostri quattro figli. Poi la partenza per l'Iraq e il rapimento. Ora darei la mia vita se questo lo riportasse a casa". Per un paio di giorni sembra ci sia uno spiraglio per una trattativa, se ne parla, si tratta, i media riprendono la notizia, poi il buio per settimane. Fino a cinque giorni fa, quando un lancio di agenzia annuncia che la Kgl ha deciso di esaudire le richieste dei rapitori, chiudendo le sue attività in Iraq. Cinque giorni, ma la notizia non "passa".


Hassan Awaad Mohammed, camionista siriano, è stato rapito nei pressi di al-Quwair dai miliziani lo scorso 14 agosto. Di lui non si hanno più notizie. Nessuna autorità religiosa irachena si è mossa per averne.
Ivailo Kepov e Gueorgui Lazov, due autisti bulgari che trasportano auto tra la Turchia e l'Iraq vengono catturati l'8 luglio vicino a Mosul. Il corpo decapitato di Lazov viene ritrovato nel Tigri, Kepov è ancora disperso. Alzi la mano chi se n'è accorto.

Avvenire 01/09/04


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