Nader,
il terzo incomodo
che fa paura
di Paolo M. Alfieri
Trentacinque giorni per concorrere in 40 Stati. Trentacinque giorni per
ottenere il diritto di vedere scritto anche il suo nome, accanto a quelli
di George W. Bush e John Kerry, sulla scheda elettorale che milioni di
americani avranno tra le mani a novembre, quando saranno chiamati a decidere
l'inquilino della Casa Bianca. Il sogno di Ralph Nader è eccitante,
difficile, ma non impossibile.
Eccitante perché anche questa volta sfiderà i due giganti
con una partenza ad handicap, senza i finanziamenti delle lobby che da
trent'anni va combattendo, ma solo con il sostegno di migliaia di simpatizzanti.
Difficile perché, a differenza di quanto accadde nel 2000, non
avrà dalla sua nemmeno l'appoggio del partito dei "Verdi"
nella raccolta di firme necessarie a presentare la sua candidatura nei
vari Stati.
Non impossibile perché può contare su un aiuto inaspettato,
quello degli elettori repubblicani, consapevoli che la presenza di
Nader sulle schede finirebbe con il danneggiare Kerry.
E così grazie a loro in poco meno di un mese Nader ha raccolto
nel Michigan ben 50.000 firme, molte di più delle 30.000 necessarie
alla sua candidatura.
Inevitabili le proteste dei democratici, che non si può dire abbiano
la coscienza pulita. Recentemente sono riusciti a contestare il 70% delle
firme presentate da Nader in Arizona, appigliandosi a tutti i cavilli
possibili.
Certo nessuno negli Stati Uniti, nemmeno all'interno del piccolo "Reform
Party" che appoggia Nader e il suo vice Peter Camejo, crede che un
giorno questo ticket guiderà la Casa Bianca. Eppure gli ultimi
sondaggi accreditano Nader tra il 3 e il 5% di voti. Un dato perfino superiore
all'ottimo 2% ottenuto nel 2000, quando Al Gore dovette rinunciare alla
Casa Bianca per 537 voti in meno di Bush in Florida. Quella Florida
dove alla fine dello spoglio le schede che dicevano "Nader"
furono quasi centomila.
Inutile sperare che Nader raccolga l'appello dei democratici a ritirare
la sua candidatura. Le sue posizioni sui temi importanti della campagna
elettorale sono molto più nette, quando non in contrasto, con quelle
di Kerry. Nader vuole il ritiro immediato delle truppe dall'Iraq, il
taglio indiscriminato delle spese militari, sostiene i matrimoni gay e
l'aborto, è per un servizio sanitario usufruibile gratuitamente
da tutti.
C'è anche un pezzo dell'antica Roma nelle sue arringhe anti-lobby.
C'è quel motto ciceroniano della "libertà come partecipazione
al potere" che se da una parte è il fiore all'occhiello della
democrazia americana, dall'altra rischia di far deragliare, ancora una
volta, la corsa dei democratici alla Casa Bianca.
La sua, di corsa, resta "not for sale". Nessun vantaggio
economico o politico, ha ripetuto spesso, vale il suo diritto a criticare
l'operato del duopolio politico a stelle e strisce.
Avvenire 29/07/04
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