Quei terroristi fatti in casa la minaccia più grande alle società occidentali

Paolo M. Alfieri

Gli inglesi li hanno ribattezzati "home-grown terrorists". Olivier Roy, scrittore francese esperto di islam, ha coniato per loro il termine "neo-fondamentalisti". Sono i terroristi allevati in casa, immigrati di seconda generazione oppure arrivati in Occidente da rifugiati. Quelli come Shahzad, Mohammed e Hasib, i pachistani partiti da Leeds, dalle loro case irrimediabilmente british, dal loro cricket, dal loro rafting, e fattisi esplodere il 7 luglio ad Edgware Road, ad Aldgate, a Tavistock Square. Quelli come il somalo Yasin, che avrebbe voluto colpire a Warren Street una settimana fa ed è stato bloccato ieri a Birmingham. O come il suo compare eritreo Muktar, cittadino britannico dal 2004, ricercato per aver provato ad attuare il suo delirio mortale sull'autobus n.26. E poi, ancora, Mohammed Bouyeri, il marocchino con passaporto olandese condannato all'ergastolo nei Paesi Bassi due giorni fa per l'omicidio del regista Theo van Gogh. Per l'intelligence europea è lo scenario peggiore possibile, quello che risveglia le paure più profonde. Figure all'apparenza irreprensibili, dalle vite talmente ordinarie da non destare sospetti nemmeno nei loro familiari e che invece covano, nell'intimità del loro piccolo gruppo di riferimento, l'odio e la voglia di rivalsa. Individui che hanno abbandonato il cibo, la musica, i costumi dei loro "vecchi Paesi" ma che respingono i valori e l'etica della "nuova patria". Ci sono almeno tre domande alle quali l'opinione pubblica, gli esperti di sicurezza, i politici, devono necessariamente rispondere per affrontare efficacemente questa minaccia che viene dall'interno. Innanzitutto, questi attentatori hanno agito da soli o sono stati manipolati dall'esterno, da un network internazionale? E poi, è preferibile per il futuro il modello di integrazione britannico, basato sulla libertà, sulla tolleranza totale delle differenze etnico-religiose, o quello francese, nel quale gli immigrati sono in qualche modo guidati nel loro percorso di integrazione e abituati alla separazione della religione dagli affari statali? E, infine, quanto è accurata l'analisi del "fenomeno terrorismo", quanto si è in grado di comprendere il perché una persona che ha studiato, lavorato, vissuto magari fin da bambino in Occidente decida, a un certo punto, di farsi esplodere in nome del fanatismo per uccidere decine di persone? Si tratta di una questione culturale di enorme importanza. Come ha ammesso lo stesso ministro dell'Interno britannico, Charles Clarke, all'indomani degli attentati del 7 luglio, sarebbe stato più facile (e meno doloroso) poter incolpare un commando straniero. Perché l'insidia più grande, per i membri di una società aperta, è proprio quella di dover temere e assistere impotenti alla radicalizzazione del proprio vicino di casa.

Avvenire 28/07/05




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