Touch Me, I’m Sick. Poetica di Andrea Chiesi 
 
Qualche giorno fa, alle sette del mattino, stavo andando all'aereoporto di Fiumicino. Da casa mia, un quartiere borghese che ha subito negli ultimi anni un drastico cambio di popolazione, oggi in buona parte proveniente dai Paesi extracomunitari, ci sono pochi chilometri di strada cittadina; poi si prende il grande raccordo anulare, una specie di autostrada che circonda tutta quanta Roma attraversando un paesaggio urbano, assolutamente indifferenziato, soprattutto quando è presto e non c'è ancora molto traffico.Andando in auto a Fiumicino dunque ascoltavo una cassetta con vecchi brani di Iggy Pop tra cui "I'm sick for you" (letteralmente "Sono pazzo di te") e mi è venuto in mente, per assonanza, il grande lavoro di Andrea Chiesi che si chiama invece "Touch me, I'm sick", che lui stesso mi dice essere tratto da un brano dei Mudhoney. Un po' la somiglianza fonetica del titolo, più qualcosa che c'entra comunque con la musica, e inoltre il collegamento tra il torso nudo di Iggy Pop nei concerti e le figure nude nei quadri di Chiesi, e infine il trovarsi ancora dentro - di fronte - ad un paesaggio, avevo in pratica costruito un possibile inizio per presentarne l'opera in questa sua prima personale oltre i confini della Via Emilia.Più di ogni altra cosa mi muoveva la semplice constatazione che in questi suoi ultimi lavori si ritrovano due condizioni che parrebbero piuttosto distanti da quella contemporaneità fatta di luoghi indifferenziati e neutri, di figure fantasmatiche o assenti: Chiesi dipinge soprattutto luoghi e paesaggi, corpi e persone.I primi fantastici e irreali ma anche umoralmente riconoscibili: appunti di viaggio eppure in fondo sempre originari dal paese, dalla piccola patria, quella linea regolare tracciata a fine corsa dal Po. Gli altri, persone fisiche restituite nella loro piena corporeità. Ogni pensiero mi sembrava fuori posto rispetto all'indifferenziazione in cui stavo percorrendo gli ultimi restanti chilometri quella mattina in macchina: come dire, "il mondo là fuori c'è" (Bella frase, catturata osservando e leggendo da un catalogo di fotografie di Luigi Ghirri, emiliano pure lui come Chiesi).Paesaggi o figure, oppure paesaggi di figure, in Andrea Chiesi riempiono la superficie dipinta. Il resto, il colore, l'organizzazione dello spazio, risponde ad una sorte di regola ferrea, quasi monastica, della fissità e dell'immutabilità degli elementi linguistici, dei mezzi prescelti: un supporto cartaceo e dunque volutamente fragile, gli inchiostri e gli acquerelli sui toni lividi del blu violaceo. E basta.I paesaggi sono luoghi incantati, non veri, non reali e assolutamente non realistici. Sono episodi di una favola oscura. Sono molto semplici, molto immediati, anche se devono essere lavorati con abilità estrema perché ogni macchia è una forma e nulla può essere lasciato al caso all'improvvisazione, e diventa importante allora anche un movimento della mano e del pennello che va a saturare la costruzione reticolare del fondo, la preparazione primaria, intellettuale a biro o matita. Mi piace molto questa idea di Chiesi di lavorare all'interno del genere paesaggio scegliendo di sospendere del tutto la collocazione spaziotemporale e mi piace che l'universo evocato sia totalmente scuro: forse se avessi scritto per lui qualche anno addietro avrei detto "dark" pensando ai nostri comuni gusti musicali e al volto truccato di Robert Smith dei Cure. Oggi mi viene invece in mente il cinema di Tim Burton, ma forse soprattutto la sua faccia sconvolta e il suo look sempre nero così marcatamente antihollywoodiano. Anche se questo è un accostamento più che altro iconografico, magari una favola di Tim Burton ci starebbe anche bene ambientata nei paesaggi di Chiesi.I paesaggi sono in serie ma sempre uno alla volta, i corpi invece sono tanti, ammassati, affollati e schiacciati, privi di immediata connotazione sessuale. Qualcuno di questi corpi ha dei tratti più riconoscibili oggi, il cranio pelato, la cresta punk, piercing e tatoo, possibili protagonisti e comparse di una adunata di massa contemporanea, ma in realtà sono tutti e soltanto nudi. Se guardo il tratto, la postura, l'ossessione ierata, il gusto anche glamour del disegno non penso soltanto all'illustrazione o al fumetto, in cui Chiesi ha comunque militato nelle sue prime esperienze artistiche, quanto invece ad Egon Schiele, al modo folle e malato di interpretare la differenza e la malattia. Schiele è artista che incontra molto i favori di un pubblico giovanissimo sia per la semplicità del segno che per l'eroismo decadente che ne ammanta la breve vita: spingendo più oltre la metafora e riflettendo ancora sul sentimento apocalittico di fine secolo, si potrebbe legare la rappresentazione della malattia nella Vienna anni '20 di Schiele all'amore al tempo dell'AIDS che contamina l'oggi e che certo Chiesi evoca nel suo "Touch me, I'm sick". Toccami: nessun senso di protezione, contraccezione, distanza, nessun sesso telefonico o virtuale, ma la carne restituita alla carne, il corpo restituito al contatto. Siamo tutti malati - e pazzi di te (I'm sick for you) - siamo tutti sieropositivi, come porta scritto sulle mani Diamanda Galas. E' un'opera ambiziosa, un affresco, violentemente positiva, morale quasi, che vuole colmare quel vuoto che ci separa dal fuoco del mondo.E poi, come sempre più spesso accade per gli artisti delle generazioni più recenti, il lavoro di Chiesi è fortemente significativo di un tempo che solo chi lo ha vissuto può catturare del tutto. Un dipingere esistenzialmente necessario, un agire intellettuale legato a questo sentire da vivere, dividere e condividere.Lo disse proprio Giovanni Lindo Ferretti parlando di sé con Marco Belpoliti: "Io faccio questo mestiere perché in questo momento della mia vita non avevo niente da fare e ho preferito fare questo". 
 
Luca Beatrice 
Gennaio 1997 
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