CRISTINA DONA' 
(dell'aridità dell'aria) 
 
Ho visto Cristina Donà dal vivo la prima volta nel luglio del '97, di spalla ai La Crus. Non si può certo dire si sia trattato di amore a prima vista....  
Del resto, eravamo tutti lì per il gruppo di Joe, e ad un certo punto, come era prevedibile, sono iniziati i fischi. Della Donà nessuno aveva ancora sentito parlare, tranne quelli che leggevano le riviste alternative, ma si sa che il pubblico alternativo è come qualsiasi altro pubblico, almeno da un punto di vista: vuole vedere sul palco il proprio 'eroe', e spesso si dimostra impaziente con chi apre i concerti, indipendentemente dalla qualità della musica proposta.  
In compenso, un'amica che era con me al concerto, qualche giorno dopo comprò quel disco, e così me lo ritrovai registrato su cassetta assieme a un leggero fruscìo di sottofondo. A essere sincero, non mi colpì subito. Lo trovai ben arrangiato, nulla più 
Neppure una 'seconda occhiata' (un altro concerto, stavolta insieme agli Afterhours) mi 'illuminò', sebbene la trovassi molto più sicura di sè, timidezza endemica e introversione permettendo. 
Solo l'anno scorso, riascoltando per caso "Tregua", ne rimasi folgorato. Decisi di dedicargli più attenzione.  
 
 
 
 
 
 
 Troppe anime perse  
perchè io le segua 
quanto puoi tenermi qui 
e quando puoi lasciarmi andare 
datemi un po' di, datemi un po' di, datemi un po' di... 
 
tregua, tregua 
 
Scatole vuote 
fucili riempiono i muri 
e niente mi rimane dentro 
perchè dentro è, perchè dentro è, perchè dentro è... 
 
fuori, fuori 
 
Allora può continuare questo trapasso continuo di cose 
dal video all'altare  
e dall'altare al video 
lasciando il mio occhio vitreo 
passa una fila lenta di spose 
e un buio d'ombra compare 
("Tregua") 
"Tregua" è uno dei migliori dischi di esordio pubblicati da una cantautrice. Molti dicono che le donne in musica sono spesso brave interpreti, raramente buone compositrici. Cristina Donà è tutte e due le cose assieme. 
 
 
 
Un suono cupo, scuro, distorto, sporco, è la trama dei brani del disco, su cui la Donà dispensa generosamente parole e voce. All'epoca era stata definita 'la  PJ Harvey italiana', a sottolineare la visceralità della sua musica, supportata da una vocalità che consente pochi paragoni. La voce di Cristina non è roca come quella di Polly Jean, eppure è egualmente capace di sfumature cupe così come di acuti lancinanti. La produzione di Manuel Agnelli si sente, ma il disco non è una copia di un album degli Afterhours: ha una personalità propria, ed è un peccato che i riscontri di pubblico non siano stati a lei favorevoli come quelli della critica. 
 Soffoca l'alba un'immagine di vetro 
che non so ancora dove collocare 
batte forte contro la finestra 
e mi costringe a pensare 
 
Sul mio vestito solo ghiaccio 
e sotto i piedi niente terra 
non posso rimanere, ma voglio stare ferma a guardare... 
("Le solite cose") 
 
 
 
Accanto a brani nervosi come 'Ho sempre me' e 'Ogni sera', o l'inquietante 'Senza disturbare', spiccano ballate malinconiche come 'L'aridità dell'aria' e 'Piccola faccia', mentre la blueseggiante 'Raso e chiome bionde' fa da pendant a catatonie emotive come 'Labirinto' o 'Tregua', posta in chiusura dopo la quasi solare 'Risalendo'. Incertezze, slanci, speranze e inqietudini sono orchestrate con cura lungo un percorso che diventa sempre più affascinante ad ogni ascolto. 
 
 
Probabilmente ritornerò qui al più presto 
Senza però portarmi dietro tutto 
Mi amerai ancora, mi amerai 
Anche senza i miei problemi, o forse li volevi 
("Risalendo") 
 
"Tregua" è senz'altro un disco 'spigoloso'. Totalmente l'opposto di 'Nido', il secondo disco della Donà. Non si è trattato, però, di un cambiamento repentino. 
 
"Alla fine del tour le avevo riarrangiate in chiave più acustica, mentre nelle prime date le proponevo in modo quasi identico al disco: insomma, già allora si avvertivano i sintomi di ciò che sarebbe successo dopo, al momento di dar vita al secondo album".
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
                
A sinistra la cover di "Nido", a destra: Robert Wyatt
"Nido" è un disco più etereo, le chitarre acustiche predominano, assieme agli archi, sulle elettriche, anche se spesso ci sono 'giochi' quali nastri registrati in reverse ("Volo in deltaplano") o l'utilizzo della voce di Robert Wyatt (su "Goccia") come percussione. 
 
"Considerata la stima nei miei confronti dichiarata da Robert - aveva anche segnalato pubblicamente Tregua come uno dei suoi dischi preferiti del '97 - abbiamo pensato di inviargli un nastro per chiedergli un consiglio, un parere, che è poi spontaneamente diventato una bellissima partecipazione. Si è trattato di un contributo splendido non solo sul piano artistico ma anche su quello della disponibilità: pensa che, pur avendogli dedicato molto tempo, non ha voluto nessun compenso e ci ha tenuto a spiegare che la cosa non era vincolante, nel senso che non avremmo dovuto tenere nulla di ciò che lui aveva inciso se non ci fosse piaciuto."
Più sfuggente e sottilmente inquietante del disco precedente, "Nido" è un lavoro senz'altro più maturo e raffinato.  Ci sono critici che affermano che, oggi come oggi, è più facile trovare spunti di avanguardia nella musica pop che non nelle produzioni definite come avanguardistiche... questo album potrebbe essere un esempio più che calzante. 
"Il concetto di nido racchiude tante cose, a cominciare da come lo si costruisce, portando con fatica un pezzetto alla volta e aggiungendolo agli altri per dar forma a quella che sarà casa tua, un posto dove star bene. E poi c'è questa idea del nido sui rami d'inverno: un'immagine che ho meditato a lungo e trovo particolarmente efficace. Rappresenta la visibilità del nido, che è zona di intimità se ci sono le foglie a proteggerlo, ma si svela agli occhi del mondo quando le foglie cadono. In fondo, è la situazione in cui si trova chi fa musica partendo da sé per arrivare agli altri. E così mi sento io esponendomi in pubblico: un'esperienza che a volte m'imbarazza e crea problemi, ma della quale non posso fare a meno.Infine, allude al lungo periodo trascorso qui dopo la tournée di Tregua: spesso dentro casa, rannicchiata nei miei pensieri." 
Senz'altro è il disco della Donà in cui sperimentazione fa rima con varietà. Se infatti 'Nido', il primo brano, inizia con una strumentazione sfumata in sottofondo e con un cantato in falsetto che danno al brano un'atmosfera da subito carica di tensione, "Goccia" ha un andamento più rilassato, nonostante la malinconia di fondo che permea la musica (anche grazie alla partecipazione discreta di Robert Wyatt e complice un testo incantevole: "Tu sei una goccia che non cade/e rimanda la mia guarigione/come un rumore sospeso/che non esplode.... oggi il mio viso è più leggero/senza pianto/solo acqua e cielo"). E se 'Qualcosa che ti lasci il segno' ricorda 'Stelle buone', pur con un ritornello più aperto, così come 'Così cara' ricalca le tematiche di 'Senza disturbare', ne 'L'ultima giornata di sole' la malinconia lascia spazio ad atmosfere più allegre e sognanti. Sono da segnalare ancora l'ironica 'Io volevo essere altrove', l'aggressiva 'Terapie' e 'Mangialuomo', mesta riflessione sui rapporti umani che fagocitano l'individualità di chi non sa porre barriere ai propri affetti. 
 
Resto tra gli alberi 
verso l'interno 
lontana dagli altri 
(...) sono un nido sui rami d'inverno 
sono visibile 
chiara e pulsante 
un cuore esposto 
sono una gioia infinita e urlante 
sono un brivido esteso all'universo 
che rimane fermo 
sono un nido sui rami d'inverno 
percepisco le foglie cadere 
toccare il terreno 
(da "Nido")
 
 
 
 
 
 
L'ultima fatica discografica di Cristina è uscita pochi mesi fa.  
S'intitola "Dove sei tu", e se qualcuno ha lamentato una eccessiva uniformità sonora, addirittura una 'normalizzazione' 
("più Elisa che PJ Harvey", ha scritto qualche critico), personalmente non possiamo fare a meno di apprezzare questo lavoro, che riserva più di una sorpresa.  
Sicuramente la produzione di Davey Ray Moore degli inglesi Cousteau ha 'smussato' alcuni angoli, eppure brani come 'Nel mio giardino', 'Invisibile', 'In fondo al mare' hanno un fascino innegabile, per non parlare delle incursioni elettroniche di 'Triathlon', 'The Truman Show(lui riprende dall'alto)', e la splendida 'L'uomo che non parla', forse il cuore del disco. Si tratta infatti del brano più ironico dell'album, una vena che già in passato aveva stemperato la malinconia della musica della Donà, e che qui si fa più lieve e a più ampio spettro (complice un  'inserto' quasi 'lirico', con tanto di applausi....), virando l'equilibrio e l'alchimia sonora ed emotiva verso una maggiore giocosità. A testimonianza di questo 'passaggio', arriva infatti una 'Milly's Song' che Cristina dedica alla bambina di Moore, nata proprio durante la produzione del disco. In chiusura, 'Un giorno perfetto', che richiama echi di certe atmosfere 'wyattiane' del disco precedente, una reprise de 'Nel mio giardino' e un remix di 'Triathlon' ad opera di Max Casacci dei Subsonica
 
Attualmente Cristina Donà è in tour. Vi invitiamo a non mancare e a lasciarvi folgorare da un'artista che, ormai, è molto più di una 'promessa'.   
"Si fa credere alla gente che non si può essere felice senza il superfluo, che siano giochi a premi o altro, si creano frustrazioni che non si curano, frustrazioni enormi, oltre a spingere chiunque a cercare ciò che non può trovare. Convincere che si possa essere felici con poco è assai meno redditizio per il sistema in cui viviamo. Un sistema che funziona perché, come dice Manuel (Agnelli, NdR) 'la gente sta male', ma che non porta a nulla di buono, che è un ritratto di un mondo in crisi (...) Si spera sempre di aprire un varco in questa pochezza, ma è difficile. Nonostante non dobbiamo affrontare problemi di sopravvivenza stretta, noi occidentali non stiamo bene comunque. C'è qualcosa che non ci hanno insegnato in questa insoddisfazione, insomma" (Cristina Donà)
 
 
 
Discografia: 
 
Tregua (Mescal, 1997) 
Nido (Mescal/Sony, 1999) 
Dove sei tu (Mescal/Sony, 2003)
 
 
 
 
 
 
 
 
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